Omicidio di Nadia, la sensazione che qualcosa non funzioni - Il commento

La decisione del Tribunale del Riesame lascia perplessi: a solo un mese dall'omicidio di Nadia Orlando, a Francesco Mazzega, reo confesso, sono stati concessi i domiciliari. Qualcosa non va nella giustizia italiana e questo caso, insieme a tanti altri, ne è la prova. 

Non mi interessa se Francesco Mazzega sta male. Per quanto mi riguarda poteva stare male in prigione. E farsi curare, là dentro, per tutti i giorni che gli rimanevano da vivere. Non mi interessa se era confuso quando ha ucciso o se si è pentito dopo. Francesco Mazzega ha ammazzato una ragazza di 21 anni che non era colpevole di nulla. Ha cancellato una vita, ha rovinato quella dei genitori di lei e quella dei suoi.

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Ma Francesco Mazzega non vive in un Paese normale: è questo il vero problema. Vive in un Paese dove manca la certezza della pena, che a pensarci bene è il più elevato segno di inciviltà possibile. In questo Paese pochi pagano per i reati commessi. Rapine, truffe, pestaggi, omicidi, stalking, occupazioni abusive, costruzioni abusive, tangenti, ricatti, prostituzione, riciclaggi, violenze sessuali, evasioni fiscali... tutto, dico tutto, pare giustificabile. Tutto si confonde in un mare di leggi; nelle sabbie mobili della burocrazia; in un labirinto da cui si può uscire, come no. Un Paese dove in un’aula di tribunale per lo stesso reato o contenzioso puoi avere sentenze diametralmente opposte, a seconda del contesto, dell’avvocato che ti rappresenta e del giudice che hai di fronte. Dove ci vuole del tempo, tanto tempo, per ottenere una risposta.


«In un Paese di ladri le leggi tutelano i ladri», mi ripete spesso un amico. Banale, ma mi viene il dubbio che abbia ragione. Sicuramente, un sistema che permette a un omicida reo confesso di tornarsene già a casa ha qualche problema. Il sistema in generale ha qualche problema.

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Vi siete mai chiesti perché i ladri vanno raramente in prigione? L’ordinamento prevede che l’arresto possa essere eseguito solamente in determinati casi. Oltre a ciò è necessario verificare se la procedura di arresto è stata eseguita in modo adeguato e se sono state fornite all’indagato le informazioni sui suoi diritti. Una volta convalidato l’arresto si aprono due strade: il pubblico ministero (l’accusa) decide, sulla base degli elementi raccolti, se chiedere al giudice per le indagini preliminari l’applicazione di una misura restrittiva della libertà (custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari, divieto di espatrio, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, allontanamento dalla casa familiare, divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, divieto e obbligo di dimora) o se non fare richiesta di tali misure. La misura restrittiva della libertà dovrebbe, dunque, essere applicata se sussistono i gravi indizi di colpevolezza e se persiste una delle esigenze cautelari previste dal codice di procedura penale, vale a dire il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del reato o il pericolo di inquinamento delle prove. Oltre a tali fattori saranno valutati anche i precedenti penali dell’indagato, le modalità di svolgimento dell’azione, l’età e tutti gli altri criteri e elementi inerenti la persona del reo.

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Vidulis 09 Agosto 2017 Funerale © Petrussi - Bressanutti


Se non sussistono i gravi indizi di colpevolezza e non ci sono esigenze cautelari, la misura restrittiva della libertà semplicemente non può essere applicata perché la legge non la prevede. Se fosse applicata una misura cautelare al di fuori dei parametri elencati ci troveremmo di fronte ad un provvedimento illegittimo lesivo non soltanto dei diritti del soggetto indagato, ma anche di tutta la comunità. E ciò ci riguarda. Tutti. Con le miriadi di leggi in vigore e l’intricatissimo tessuto normativo vigente ognuno di noi potenzialmente potrebbe trovarsi in questo intrico senza riuscire a capire come venirne fuori. Capisco i diritti che devono essere garantiti a ogni essere umano in uno Stato democratico. A volte mi pare, tuttavia, che una tale complessità della giustizia finisca per tutelare di più chi non è nel giusto. Che abbia ragione il mio amico? So che non è così, ma è evidente che c’è qualcosa che non va.

Mi spiace, ma non mi interessa se i domiciliari a Francesco Mazzega sono previsti dalla legge. A solo trenta giorni dall’omicidio di Nadia non è un provvedimento che possiamo sopportare.

Dovrebbero essere i magistrati i primi a dirlo alla politica: va cambiato questo sistema. L’assenza di giustizia alimenta esasperazione, sfiducia. Violenza, verbale e fisica. Non dobbiamo cedere, lo so. Ma dateci un segnale.
 

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