«Dovevo dormire in piedi e se cadevo mi pestava»

UDINE. La faceva dormire in piedi, perché, in quanto donna, non aveva diritto di distendersi sul letto matrimoniale. Quando sfinita, durante la notte, crollava e si accasciava a terra, la riempiva di botte per farla rialzare. Se non dormiva in camera, il suo posto era il garage, dove dentro l'auto, al freddo, la obbligava a dormire.
Durante il giorno la teneva segregata in casa e per far sì che non guardasse il mondo che la circondava aveva dipinto di nero i vetri delle finestre, costringendola a vivere con la luce artificiali e senza mai poter apprezzare quella del sole. Niente televisione, nessuna libertà. Una schiavitù dentro la quale è rimasta intrappolata per anni, dove le botte erano il meno di fronte al marito che, giorno dopo giorno, le stava strappando la vita.
Ma un giorno, questa donna, ha deciso di reagire. Oltre la paura, le intimidazioni, la violenza, l’annichilimento, un’identità a pezzi, lo ha denunciato e ha deciso di ricostruirsi un futuro.
Lo ha fatto probabilmente anche per le sue due bimbe, di tre e cinque anni, che hanno dovuto sopportare un terribile calvario. Ma non era abbastanza, perché il suo maltrattatore, quell’uomo di cui si era innamorata qualche anno prima, l’ha aspettata una sera fuori dal locale in cui lavorava e ha tentato di pugnalarla ferendola, fortunatamente, non agli organi vitali.
Oggi è riuscita a fuggire, vive sotto anonimato in un'altra regione assieme alle figlie e a quelle cicatrici che, indelebili, porterà sempre con sé. Questo è un esempio eclatante, ma è una delle tante storie alle quali Rosi Toffano, avvocato penalista che collabora con Zero Tolerance e si occupa di casi legati alla violenza sulle donne, assiste ogni giorno.
«Altre forme, invece – spiega l’avvocato – si ripetono costantemente nelle modalità e il comportamento del maltrattatore è seriale: vietano alla donna di uscire, di accudire i figli, ma anche di occuparsi dei lavori domestici, perché non le ritengono capaci».
Donne che vivono queste situazioni sono tante, perché le violenze sono trasversali e attraversano diversi livelli, ma troppo poche denunciano e quelle che lo fanno trovano il coraggio di parlare soprattutto quando vedono minacciata la sicurezza dei figli. Senso di vergogna, auto colpevolezza, legacci psicologici che creano dinamiche complesse nelle vittime.
Là dove la violenza fisica «non è che il manifesto dei soprusi, dove si annidano e si coltivano forme più subdole e la matrice è sempre il bisogno di controllo, potere e dominio», ha spiegato Renata Kodiljia dell’Universita di Udine.
È quello che oggi si chiama, prosegue, «sessismo benevolo, oltre quello classico, mascherato e protettivo, che combina affetto e dominio e porta alla concezione di una donna meno intelligente e meritevole di abusi».
E proprio nella casa, quel luogo in cui trovare la sicurezza, prendono vita le violenze peggiori. Per questo è fondamentale «rompere il silenzio – chiude Toffano - uscire dal buco in cui si sprofonda».
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