La Jihad in Friuli, Gradisca nella rete del terrore

UDINE. Gradisca d’Isonzo figura tra i territori più battuti nei movimenti della cellula jihadista che da un appartamento di Merano, in provincia di Bolzano, progettava attentati in tutta Europa e reclutava combattenti da inviare in Siria.
La località isontina spunta nelle carte dell’inchiesta dell’antiterrorismo di Roma che ha portato, alla vigilia degli attentati di Parigi, all’arresto, nell’ambito di un’operazione dei Ros, coordinata dalla Direzione nazionale antimafia e in collaborazione con le autorità giudiziarie e di polizia di Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Germania e Svizzera, di 17 persone, 16 curdi e un kosovaro, di cui molti ancora adesso irreperibili, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale aggravata dalla transnazionalità del reato.
Nell’ordinanza di oltre mille 200 pagine con cui il gip di Roma Valerio Savio dispone la misura cautelare, frutto di quattro anni di pedinamenti e intercettazioni ambientali, si parla di un regolare pendolarismo tra l’appartamento di Merano, trasformato in una vera università dello jihadismo, e Gradisca, dove sarebbero transitati diversi esponenti della rete internazionale affiliata all’organizzazione “Rawti Shax”, facente capo al Mullah Krekar, esponente religioso dell’islamismo radicale fermato in Norvegia con l’accusa di preparare un attentato in Italia.

L’obiettivo della cellula itinerante, di cui si descriverebbero i continui viaggi in Fvg, era fare proselitismo nel Nordest, ricercare combattenti da arruolare in Siria, organizzare i viaggi dall’Italia dei foreign fighters, ma anche trovare denaro e armi.
I vertici del gruppo dei 17 - per sette di loro il gip di Trento accogliendo la richiesta della procura trentina ha dichiarato l’inefficacia della misura cautelare per indizi insufficienti - vivevano a Merano, ma compivano trasferimenti frequenti anche a Gradisca d’Isonzo. Uno dei loro capi era Hama Mahmoud, detto Kanimasi. Era lui il reclutatore, che amministrava l’attività e gestiva la chat con cui all’addestramento si abbinava la raccolta di denaro da destinare ai gruppi armati, ma non è chiaro se la sua presenza sia stata registrata anche in Friuli Venezia Giulia.
Il questore di Gorizia, Lorenzo Pillinini, fa sapere di aver avviato un accertamento della Digos sul coinvolgimento del comune isontino all’interno della massiccia operazione dell’antiterrorismo nazionale, ma non vuole fare allarmismi. Anche perché alla questura non è arrivata alcuna comunicazione o informativa dei Ros di Roma, il reparto che ha condotto i blitz e le perquisizioni dello scorso 12 novembre tra Trentino Alto Adige e Lombardia, il ché lascia pensare che il nome della località isontina, «è cosa che stiamo verificando insieme al dipartimento immigrazione».
Un coinvolgimento che potrebbe spiegarsi con la presenza del Cara, il centro di accoglienza dei richiedenti asilo, che ospita 400 stranieri, i cui contatti e le cui relazioni sono complicati da monitorare, riferisce il questore.
Sconcertato il sindaco di Gorizia, Ettore Romoli: «Non è giusto criminalizzare nessuno ma non possiamo escludere che nei nostri territori vi siano persone che abbiano simpatie più o meno marcate, se non connivenze, con l’islamismo radicale. L’allerta deve restare alta e credo che la nostra intelligence debba fare la sua parte». In manette anche uno degli allievi di Nauroz, Hasan Saman Jalal, addestrato a partecipare ad azioni armate pianificate come suicide.
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