Grande guerra, l'illusione di un conflitto breve e il racconto dei giorni cruciali

Il professor Gianfranco Ellero ripercorre le tappe della Prima guerra mondiale che portarono alla data storica del 4 novembre 1918

UDINE. Fin dal 28 luglio 1914 uno spettro iniziò ad aggirarsi per l’Europa: la fame.

I primi a rischiare lo sterminio per denutrizione furono i belgi (250 per chilometro quadrato, la più alta densità del pianeta) che, grazie all’impero coloniale, potevano permettersi di importare l’80 per cento degli alimenti! Una volta scoppiata la guerra si ritrovarono a corto di riserve alimentari e nell’impossibilità di importare derrate, perché la Gran Bretagna aveva organizzato il blocco navale contro la Germania.

Furono salvati, i belgi, da un’organizzazione umanitaria presieduta da Herbert Hoover (poi presidente degli Usa dal 1929 al 1933) alla quale la Germania non si oppose.

Le privazioni e le ristrettezze anche alimentari del primo anno non spaventavano i contendenti, perché tutti erano convinti che la guerra sarebbe stata breve. A Udine, Caffè Dorta, nel giugno del 1915, qualche alto ufficiale azzardò una previsione: «Natale a Vienna».

Anche il Piano Schlieffen era stato concepito per una guerra breve: una grande tenaglia, dall’Alsazia e dal Belgio, e la Francia sarebbe stata messa in ginocchio in poche settimane.

Ma così non andò. Il Belgio oppose all’avanzata di von Moltke un’eroica resistenza durata dieci settimane, e poi la Francia bloccò i tedeschi sulla Marna.

Questa fu soltanto una delle numerose sottovalutazioni degli avversari e degli eventi (i tedeschi dicevano, a esempio, che i belgi erano “soldatini di cioccolata”), e la guerra di movimento si trasformò in guerra di logoramento. Assillante divenne allora il problema dell’alimentazione.

Più la guerra durava, più si riducevano le calorie disponibili, in particolare per la Germania e per l’Austria dove, a partire dal 1917, tornò d’attualità una parola biblica: carestia.

«Fino almeno al 1916, – scrive Marco Cuzzi dell’università di Siena – la razione giornaliera del fante italiano comprendeva 750 grammi di pane, 375 grammi di carne fresca o conservata con pasta o riso (circa 100 grammi), 350 grammi di patate, 15 grammi di caffè tostato, 20 grammi di zucchero (entrambi suddivisi in due tranche giornaliere), un quarto di vino, i necessari condimenti e, in misura variabile e saltuaria, cioccolata.

Per molti soldati, provenienti da regioni spesso ai limiti della sopravvivenza, tale pasto appariva superiore a quello consumato in famiglia: in ogni caso, queste porzioni sarebbero state ben presto ridotte».

Sulla carta il sostentamento del soldato era buono: difficile era far arrivare ogni giorno in tutte le trincee pasti caldi e mangiabili.

Dalle 4. 082 calorie iniziali si scese, comunque, a 3. 850 alla fine del 1916 e a 3. 067 alla fine del 1917.

Nel 1918 i civili italiani disponevano in media di tremila colorie al giorno, cento in più dei francesi, trecento in meno dei britannici.

Anche i profughi friulani e veneti fuggiti nei giorni di Caporetto disponevano di tremila calorie nel 1918. Ma non i prigionieri italiani (600mila) in Austria, alimentati con mille calorie al giorno (è per questo che 100.mila morirono), e i friulani rimasti a condividere la carestia degli invasori.

I soldati austro-ungarici sull’Isonzo venivano alimentati con poco più di 1. 800 calorie al giorno. E dopo Caporetto furono costretti a vivere sfruttando il territorio occupato.

Quali le conseguenze? «Requisizioni quasi quotidiane, – scrive monsignor Giuseppe Bulfoni, arciprete di Buja – ora autorizzate, più spesso arbitrarie, lasciarono parecchie famiglie prive dello stretto necessario, cosicché degli ammalati dovettero cibarsi di polenta, e molti si sfamarono per lungo tempo con erbaggi cotti, senz’altro condimento che un po’ di sale terroso, o di sorgo rosso.

Centinaia di persone erano invecchiate e incadaverite anzi tempo; la denutrizione preparò buon campo all’influenza Spagnuola, che anche qui fece strage: medici e medicine mancavano».

Era questa la situazione quando mancava un mese alla fine della guerra.

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