Fasulo in gara a Locarno: «La storia di Menocchio resta ancora attuale»

l’intervista
laura pigani
È oggi il gran giorno per Alberto Fasulo. Il suo film Menocchio, tra i quindici film in lizza per il Pardo d’oro e l’unico italiano per la sezione principale, sarà proiettato nel pomeriggio al Festival di Locarno. È oggi il giorno in cui il regista di San Vito al Tagliamento – suo Tir, che nel 2013 si è conquistato il Marc’Aurelio d’Oro al Festival di Roma – saggerà le prime reazioni della critica, in attesa del responso della giuria e dell’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche. Sarà l’ora della verità per questo figlio del cinema indipendente friulano.
Non è nuovo Fasulo al carpet svizzero. Ci aveva già camminato sopra nel 2015 per presentare Genitori, docufilm sul mondo delle famiglie con un figlio disabile, nella sezione Fuori Concorso. All’edizione numero 71 della rassegna ticinese, tre anni dopo, ci è arrivato passando dalla porta principale. Sarà lì, tra l’altro, a fianco di super ospiti come gli attori statunitensi Meg Ryan e Ethan Hawke, che riceveranno rispettivamente il Leopard Club e l’Excellence Award.
Fasulo ha scelto volti sconosciuti per raccontare la storia di Domenico Scandella (detto Menocchio), originario di Montereale Valcellina, finito nella rete dell’Inquisizione alla fine del Cinquecento e giustiziato per eresia. Una scelta solo apparentemente azzardata. «Si è rivelata perfetta – spiega infatti il regista – per la ricchezza trasmessa dalla loro spontaneità e dall’improvvisazione». Oltre 2500 le persone valutate prima di affidare il ruolo del protagonista a Marcello Martini, operaio dell’Enel e scultore di pietra. Una selezione impegnativa, ma che ha risposto in pieno alla visione di Fasulo: «Quando l’ho visto, ho capito subito che doveva essere lui». Maurizio Fanin (inquisitore) e Mirko Artuso (l’amico prete Melchiorri) sono gli unici due professionisti del cast. Al debutto, invece, Nilla Patrizio (moglie di Menocchio), Carlo Baldracchi, l’artista Emanuele Bertossi, Agnese Fior, Giuseppe Scarfì, David Wilkinson, Roberto Dellai e Gino Segatti. Hanno recitato in costume, per la maggior parte delle riprese in Val Pesarina e negli stavoli di Orias. «Mi sento parte di questi posti» confessa il regista friulano, tanto che dopo la parentesi svizzera «ci porterò mio figlio in campeggio». Prodotto da Nefertiti Film con Rai Cinema e coprodotto da Hai Hui Entertainment (Romania), il film è stato sostenuto da Mibac – Direzione Cinema, Fondo per l’Audiovisivo del Fvg, Fvg Film Commission, Trentino Film Commission, Cnc - Centrul National al Cinematografiei.
Non solo la predilezione per la luce naturale, ma anche i codici linguistici regalano verità e realismo alla pellicola. «Si parla latino negli ambienti ecclesiastici, il popolo invece si esprime in friulano, quello “duro” antico della zona di Claut» dice il regista. L’italiano è invece la lingua scelta per mettere in comunicazione i due “mondi”. Alla base un’importante ricerca storica e iconografica, lo studio degli atti del processo custoditi nell’archivio diocesano di Udine e gli approfondimenti al Circolo culturale Menocchio di Montereale Valcellina, con la collaborazione di studiosi come Andrea Del Col, Aldo Colonnello e Gianpaolo Gri, ma il lungometraggio è ben lontano dall’essere un biopic sulla vita del mugnaio. Menocchio «vuole restituire il valore morale di un uomo che va contro il potere e si pone riflessioni sulla libertà di pensiero», diventando così estremamente attuale, in un mondo in cui si cercano conferme sui social ma non nel confronto tra persone. —
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








