Sulle montagne e alle malghe con i partigiani della Osoppo

“I signori della notte, Partigiani della Osoppo, storie di Resistenza tra sentieri e casere” (206 pagine), è il libro di Fabio Marson edito da Biblioteca dell’Immagine che sarà proposto con il Messaggero Veneto domani, mercoledí 18 aprile, a 12 euro piú il prezzo del quotidiano. L’autore racconta il lungo percorso tra casere, boschi, baite, memorie che lo ha condotto alla realizzazione di questo volume.
di FABIO MARSON
«Dove andavano i partigiani quando salivano in montagna?».
Ho cominciato a camminare per rispondere a questa domanda. Una curiosità insistente, germogliatami in testa una mattina a Trieste, quando la Bora aveva ripulito l’aria svelando, all’orizzonte, le montagne.
Non ci avevo mai pensato. Tra sentieri ben tracciati e casere ristrutturate, poco o nulla riemerge, oggi, di quanto successo tra il 1944 e il 1945; i ruderi sono solo ruderi, le casere solo casere, e così via, come se camminare in quei luoghi intrisi di memorie fosse solo staccare la spina e ossigenarsi i polmoni. Come se quella terra non avesse storie da raccontare.
La mia curiosità in merito alla Resistenza non è mai stata facile da placare, e continua a mordere e ronzare in testa con la tenacia di una zanzara. Ho cominciato a leggere, a domandare, alla fine anche a disturbare, e non mi bastava. Sentivo una grossa lacuna nelle mie conoscenze e, come davanti a una carie, sentivo il bisogno di curarla. «Dove andavano i partigiani in montagna?».
Ho ristretto il campo alle Divisioni Osoppo-Friuli, quelle meno raccontate e numerose, che qualche mio amico non aveva mai neppure sentito nominare, spesso ricordate solamente nel drammatico episodio dell’eccidio di Porzûs. Una brigata di antifascisti diversi tra loro: monarchici, repubblicani, cattolici, sbandati dell’Esercito, uomini e donne del Partito Socialista e d’Azione. Negli appunti che stavo prendendo disordinatamente, annotando su taccuino e retro di scontrini nomi, monti, sentieri e casere immerse in Friuli, sentivo palpitare voci che reclamavano un ricordo. Erano appunti che sapevano di polvere da sparo, sangue e sudore, e più domandavo, più annotavo, seguendo ingenuamente un filo che mi avrebbe fatto camminare tanto, in zone di montagna che fino a quel momento erano rimaste silenziose.
Ho alzato il telefono e ho rintracciato alcuni partigiani sopravvissuti; mi hanno aperto la porta di casa e raccontato le loro storie, guidandomi finalmente lontano dal pantano della retorica e puntando dritti al sodo, alla loro memoria.
Dopo mesi di ricerche, ero finalmente pronto per allacciarmi gli scarponi e partire. Non sarei stato solo, però: con me sarebbe venuto anche l’amico Fabrizio Palombieri, biologo naturalista e fotografo. I luoghi delle Brigate Osoppo sarebbero stati raccontati anche attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica e di seguito anche con le cartine geografiche dei posti e dei percorsi. Siamo stati un anno a camminare in Carnia e Friuli, lungo sentieri e strade di paese, profumate di vino e neve, in Val d’Arzino, Verzegnis, Val Tramontina, Piancavallo, lungo la Pontebbana e infine alle malghe di Topli Uorch, a Porzûs. Seguendo le memorie altrui, accompagnati da diari di partigiani e testimonianze raccolte lungo la via, abbiamo lentamente riacciuffato il Passato, mettendo i nostri piedi al servizio delle loro voci.
Nulla è stato facile. Il tempo sa essere spietato nel riappropriarsi di ciò che è suo, confondendo i ricordi, nascondendo le tracce, addirittura trasformando la geografia. Abbiamo sbagliato strada, la montagna friulana può essere un labirinto, e quindi dormito in ricoveri di fortuna, eppure, a conti fatti, è stato tutto magicamente coerente con il nostro fine: ritrovare il mondo di ieri, la Resistenza.
Questo non è un libro di Storia. All’analisi politica ho preferito lasciare spazio a testimonianze, viaggiatori, paesi abbandonati, fantasmi, sacerdoti armati, partigiani, anziani che allattano vipere e moderni eremiti; che mosaico di mondi salta fuori sulle nostre montagne quando si scava. Lì sotto c’è un mondo che ribolle, un magma friulano incandescente, che più respinge e più attira.
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