Il fascino macabro dell’Uomo Piccolo ci tormenta ancora

Il maleficio della sua attrazione oggi risiede nelle debolezze che la nostra cultura politica ha di fronte a nuove emergenze

Dopo aver mandato in corto circuito il Novecento europeo, il caso Adolf Hitler tormenta anche il nuovo secolo. Dietro al feticismo neonazi, al culto per i simboli, le immagini, gli oggetti del più sanguinoso regime di tutto il XX secolo c’è infatti lui, il piccolo austriaco nullafacente che riuscì a stregare e conquistare uno dei popoli più civili d’Europa. Come spiegare il fascino macabro di Adolf Hitler?



Sin dalla sua prima fama internazionale, una delle chiavi più utilizzate per comprendere le ragioni del suo successo fu quella psicologica. La grande giornalista americana Dorothy Thompson, che assistette da vicino alla sua ascesa e che fece conoscere il neo-dittatore al pubblico americano, inaugurò questa interpretazione. Hitler era «senza forma, quasi senza connotati, un uomo il cui aspetto è caricaturale, la cui struttura sembra cartilaginea, senza ossa.

È incongruente e volubile, mal disposto e insicuro». Descrivendolo come «il prototipo dell’Uomo Piccolo», la Thompson diede inizio a una serie infinita di studi, o sedicenti tali, che hanno cercato nelle pieghe psichiche del giovane Adolf e di tutta la sua tormentata famiglia le cause della dittatura nazista e dunque della seconda guerra mondiale. Fino agli esiti più superficiali e, alla fin fine, autoassolventi, secondo cui Hitler sarebbe stato un pazzo, un mostro, qualcosa insomma che non sarebbe appartenuto appieno alla storia d’Europa, anzi quasi nemmeno alla razza umana.

La prima chiave per comprendere l’incredibile vicenda del dittatore nazista, e del suo perdurante fascino, è invece politica. Se non si affronta questo nodo, che è molto più intricato e inquietante, si finisce per ridurre l’hitlerlatria a fenomeno di costume, a moda ornamentale di complessi rock sfigati e giovani violenti con problemi di alopecia.

Non è così: l’icona di Adolf Hitler è prima di ogni cosa, e probabilmente al di là della capacità di comprensione dei suoi ahimé molti seguaci, un’icona ideologica e politica.

Il primo messaggio che egli trasmise e trasmette è infatti quello di risolvere tutti gli empasse e le irrisolutezze della democrazia. Così come egli pose fine al frammentato e diviso parlamento della repubblica di Weimar, alle sue infinte diatribe tra partiti e partitini, alla verbosità della sua classe dirigente, alle spaccature di un Paese che annullava in una democrazia incapace di decidere ogni sua residua energia, così l’immagine dei suoi baffetti promette oggi di fare con le nostre postdemocrazie, sempre più ossequienti del rispetto formale delle regole e sempre meno partecipate e amate.

Scorciatoia per bypassare le insicurezze delle prime democrazie novecentesche, Hitler simboleggia oggi la voglia di rigenerare, azzerandole, le nostre società liberali postindustriali.In questo senso, più che il fascino dell’Uomo Forte, tentazione congenita dei ceti medi della seconda e ora terza rivoluzione industriale, Hitler continua a emanare il fascino del Capo da Amare.

Qualcuno non solo di cui fidarsi e a cui affidarsi, ma qualcuno il cui progetto politico è esattamente ciò che noi chiediamo a un capo. Non si tratta tanto di carisma, sebbene gli anni Venti e Trenta del secolo scorso abbiano rappresentato l’apoteosi di questa forma moderna di devozione politica.

Quanto piuttosto della possibilità di riallacciare un rapporto sentimentale con lo Stato – cioè con Lui – e dunque con la comunità in cui si vive. Credo nel mio capo che mi governa e dunque sono parte vera della comunità che mi circonda. Un bisogno il cui sintomo recente è il riaffiorare dell’uso dell’espressione “popolo”, inventata nell’Ottocento proprio per denotare questa idea affettiva di comunità politica. Se non comprendiamo questo meccanismo, non si comprende cosa passasse nella testa dei volonterosi carnefici di Hitler di ieri e dei suoi potenziali carnefici di oggi.

Ma il segreto principale del grande semplificatore politico, e il motivo della sua recente risalita in auge, sta in un altro set di problemi: quelli della convivenza etnica. Non a caso, al di fuori della Germania, il nazismo proliferò dove più complessa era la carta geografica delle popolazioni, delle lingue e delle culture: dai paesi dell’ex impero asburgico ai Balcani orientali, all’Ucraina ecc.

La ricetta che egli promise e rischiò di mantenere fu, anche in questo campo, quella di sciogliere i nodi e rendere la realtà più facilmente leggibile, in bianco e nero. Da una parte il Volk tedesco, dall’altra le altre razze, come quella inferiore degli Slavi. E senza la razza più scomoda perché difficilmente definibile e penetrata capillarmente nella società europea: quella ebrea. In questo fu certamente aiutato, all’epoca, dalle contraddizioni delle democrazie occidentali, sulla carta liberali e democratiche, e nella realtà colonialiste e razziste.

Così oggi, per i fobici della civiltà interculturale basata sui diritti degli individui e non delle “razze”, delle “etnie” e dei “popoli”, Hitler rappresenta la soluzione iniziale, quella che consente di ripartire con un mondo binario, costruito sulla basica contrapposizione tra noi e loro. I grandi movimenti demici iniziati con la decolonizzazione postbellica costituiscono lo sfondo perfetto per la crescita di questa ideologia e buona parte della sua fortuna postuma è alimentata dal razzismo xenofobo.

Dietro la moda delle rune e delle svastiche e dietro al ritorno in tutta Europa delle formazioni neonaziste vi è insomma “il caporale Hitler” (Winston Churchill) e il maleficio della sua attrazione, che sta al fondo di tutte le debolezze della nostra cultura politica.

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