Capuozzo: rialzo il velo sulla strage di Vergarolla

È il 18 agosto del 1946: la guerra è finita, le tensioni non ancora. Cosí come non è ancora definito l’assetto geopolitico di queste terre di frontiera e a Parigi le grandi potenze stanno discutendo sul disegno dei confini adriatici. Pola, in Istria, è controllata dagli angloamericani e la gente ha voglia di normalità.
Quel giorno, alla spiaggia di Vergarolla, si svolge una gara di nuoto, con bambini, atleti e famiglie. Nel primo pomeriggio, uno scoppio. Ed è una strage con decine e decine di morti.
Su quest’episodio, sulle sue cause e sulle sue conseguenze, si sofferma questa sera la trasmissione “Terra!”, in onda in seconda serata su Retequattro.
Spiega il giornalista udinese Toni Capuozzo, che la conduce: «In occasione del Giorno del Ricordo, dedicato alle foibe e all’esodo di istriani, fiumani e dalmati, ho pensato di approfondire con un’inchiesta una pagina di questa storia: la strage di Vergarolla».
. Cosa successe in quella domenica di agosto?
Vergarolla è una baia vicino a Pola dove il 18 agosto del ‘46, a guerra finita quindi, è stata organizzata una gara di nuoto, indetta da una società nautica che si chiama Pietas Julia. È una gara sportiva, ma anche una manifestazione d’italianità.
A Parigi si stava discutendo sul futuro di quell’area e, di fronte all’ipotesi che passasse alla Jugoslavia, la gran parte del Polesani dichiarò che avrebbe scelto piuttosto di andarsene…
Qualche mese prima l’Arena di Pola aveva titolato, a piena pagina: “O l’Italia o l’esilio”. E in tale contesto va collocata la strage. Quel giorno c’è stata un’esplosione di materiale bellico. Si trattava di materiale inerte, da cui erano stati tolti i detonatori da parte di artificieri inglesi e che non sarebbe mai scoppiato se qualcuno non lo avesse innescato. Ci fu un numero di vittime il cui bilancio non è mai stato ufficiale, anche perché alcuni corpi si erano letteralmente polverizzati… Morirono pure molti bambini. La strage di Vergarolla fu considerata una sorta di atto finale che convinse anche quelli che avrebbero voluto restare o quanto meno stare a vedere cosa sarebbe successo, ad andarsene. Si parla molto delle foibe come causa che spinse gli esuli ad andare via, ma anche questa strage ebbe il suo ruolo fondamentale.
Su quali documenti o testimonianze si è basato?
Abbiamo sentito alcuni storici tra cui uno che ha consultato gli archivi britannici e ha analizzato documenti che confermano la natura dolosa di quell’esplosione. Ma abbiamo puntato molto sulle testimonianze di alcune persone anziane, che al tempo erano dei ragazzini, e che hanno assistito alla scena…
Cosa significa ricordare quella tragedia a settant’anni di distanza?
Oggi ricordiamo in una situazione completamente mutata: quella Jugoslavia non c’è piú, e molti erano fuggiti anche dal socialismo jugoslavo oltre che dal nazionalismo jugoslavo. Ma ora quel paese non esiste piú, molti dei protagonisti di quei giorni non sono piú vivi. Oggi inoltre stiamo affrontando ben altri esodi. Ci riesce perfino difficile ricordare che c’è stato un esodo d’italiani verso l’Italia.
Com’è stato accolto l’arrivo di questi esuli in Italia?
Parleremo anche di questo, della mancata accoglienza. Vennero accolti male dall’Italia. Ricordavano che l’Italia era un paese sconfitto. Il solo fatto poi che fuggissero dal socialismo jugoslavo li fece passare per fascisti, quando essi erano vittime del fascismo. I fascisti che si erano macchiati di oppressione culturale, nazionalistica e anche di crimini di guerra, in quelle terre, erano già scappati. Chi era rimasto era chi non aveva fatto nulla di male e non aveva nulla da temere. Tra di loro c’erano anche antifascisti. Ma in Italia non vennero ben accolti.
Perché ha scelto proprio il fatto di Vergarolla?
Perché è una strage dimenticata, quanto meno poco conosciuta, e che invece ebbe conseguenze importanti sulla decisione di migliaia di persone di lasciare Pola. Abbiamo voluto ricostruire i fatti, le dinamiche, le responsabilità, come contributo al Giorno del Ricordo.
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