«Con Dio e Freud sul palco si crea una grande energia»

di Gian Paolo Polesini
Già un personaggio qualunque, che . entra dentro un attore, provoca l’ineluttabile scossa, per il solo fatto d’infilarsi nel corpo suo rubandogli la mente, i gesti, tutto. Non sei più Mario Rossi, poniamo, ma Francesco Bianchi. E se fai pure una tournée lunga, sai quanto ti succhia il tuo ospite! Ecco. Pensate a essere Dio. Arrivi in teatro, ti chiudi in camerino e ti concentri sulla modalità celeste, almeno per un paio d’ore. Che poi il tempo non conta, potrebbe succedere di portarselo dietro, Dio intendiamo, anche col sipario chiuso. Chissà qual è, nel caso, il training migliore?
Casualmente (più o meno) venerdì 9, sabato 10 e domenica 11 il Giovanni da Udine accoglierà Il visitatore (lo spettacolo sarà anche lunedì 19 al Pasolini di Cervignano per il Css, il 20 a Sacile e il 21 e il 22 a Monfalcone, a cura del’Ert), un testo pazzesco di Eric-Emmanuel Schmitt, un commediografo cinquantenne eh, nulla di giurassico. Un buon motivo, diciamo contemporaneo, per uscire di casa. Ce ne sono altri due, per la verità: Alessio Boni e Alessandro Haber. Magari li avete visti assieme in Art, altra pièce dell’oggi passata per Udine. «Non abbiamo fondato una compagnia Boni/Haber - precisa Alessio - il caso è stato fondamentale. Michele Placido ci spedisce il copione un paio d’anni fa. Lo riceviamo io e Alessandro e ce ne innamoriamo. “Chi fa Dio?” ci chiede Michele. “Mah, dico, indifferente”. Va a finire che Dio è affar mio».
- Perfetto. Ci spiega la metamorfosi, Boni?
«Con naturalezza. Favorita anche dal regista/attore Binasco. Vuol dire, sa. Lui, poi, è un anticonformista, sa rileggere le commedie, è avvolgente, partecipativo, un amico. Haber lo conosco a meraviglia e, quindi, diventare Dio è stato facile. È un’entità, è luce, è mistero, non ha volto. Succede che Dio, appunto, s’impossessa di un uomo e lo spinge al cospetto di Freud. È il 1938. Fuori si sente il rumore del nazismo, l’Austria è stata appena annessa al Terzo Reich. Il calendario segna il 22 aprile. Dentro, nella casa di Sigmund, si parla di etica, di morale, di vita, di aldilà e, mi creda, si sprigiona una energia tale da scendere in platea. Puoi essere ateo o credente, ma torni a casa con tanti pensieri nel cuore».
- In realtà non sono molti i luoghi adatti a parlare dell’uomo...
«E ce n’è bisogno. La gente fa finta di no, si perde, dà l’impressione di essere superficiale. Invece sempre più stiamo ritrovando il desiderio di scendere nelle profondità dell’anima. Ci faccia caso. Noi lo sentiamo ogni sera. Ascoltiamo i gemiti del pubblico, le risate, i pianti, l’attenzione. È determinante per chi recita percepire gli umori di chi ascolta».
- Dicendo risate, diamo per scontato il palleggio fra emozioni diverse, come il grande teatro sa assicurare.
«Sarebbe impensabile, proponendo una mattonata sulle gengive, pretendere il rispetto. È un gioco, capace di ben modulare tutte le sensazioni e i sentimenti possibili. Stiamo tranquilli perché è assicurata l’antitesi. Dio e Freud, ma li vede assieme quei due? Avevamo anche pensato di far interagire Dio con un prete. Con un sostenitore di fronte, sai la noia».
- Va d’accordo con la psicologia?
«La rispetto, ma non la cerco. Mai steso su un lettino con un signore accanto che prende appunti. Mi psicanalizzo abbastanza da solo con tutti i tizi che interpreto».
- A Udine ritroverà Giuseppe Bevilacqua, uno dei suoi maestri d’Accademia.
«Eccome no. Lo abbraccerò volentieri. Indimenticabili i tempi col grande Orazio Costa, anche per lui immagino. E riparleremo di quell’Amleto... vero Giuseppe?».
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