Tomizza 15 anni dopo l’autore che predisse la caduta dei confini

CIVIDALE. Si cercasse una metafora, l’immagine del “faro” sarebbe, probabilmente, la piú calzante: Fulvio Tomizza, per la critica contemporanea uno degli astri letterari della seconda metà del Novecento italiano, gettò luce pioniera sulle tematiche «della frontiera, delle terre miste ai confini tra diverse civiltà, delle identità ibride e frammentarie, del plurilinguismo». E dell’esilio. Sguardo profondo, il suo, avanti sui tempi. Troppo avanti, forse, per poter essere compreso appieno dai lettori dei decenni scorsi. Ecco perché vale la pena, oggi - a quindici anni dalla morte dello scrittore, nativo di Umago -, di riassaporarne le pagine, soppesando la portata di pensieri antesignani, precursori. “Rileggendo Fulvio Tomizza”, volume che venerdì sera, alle 18, sarà presentato nella biblioteca civica di Cividale (con introduzione di Franco Fornasaro), è opera che guida perfettamente nel percorso di riscoperta: curato da Marianna Deganutti, giovane cividalese già forte di esperienze di studio e insegnamento all'Università di Oxford e ora impegnata a Lubiana, il libro contiene i contributi di quattordici esperti, espressione del mondo accademico internazionale.
«Questo lavoro - spiega la curatrice - punta a evidenziare il valore di Tomizza, uomo e scrittore di frontiera per antonomasia... e riferimento cardine, dunque, non solo in ambito giuliano. La speranza è quella di stimolare ulteriori analisi critiche sull’originalità e sul carattere innovativo dei suoi scritti. Non si è ancora scavato fino in fondo, infatti, nel messaggio dell’autore di “Materada”, de “L’albero dei sogni” (premio Viareggio) e de “La miglior vita” (Premio Strega), e spesso si è indagato senza disporre delle chiavi interpretative utili per capire la sua produzione. L’ibridismo, lo scontro e l’incontro culturale, l’ansia di conciliazione che un tempo riguardavano principalmente le zone di confine risultano, ormai, parti integranti dell’esistenza dell’uomo».
Il corpus tomizziano, cosí - eterogeneo per argomenti e aspetti stilistici -, “parla” anche a coloro «la cui appartenenza non è costantemente messa in dubbio, rivelando via via dettagli e aprendo la strada a riflessioni e sbocchi inaspettati».
Insomma, prendendo a prestito Italo Calvino: libri che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire. La curatrice firma, oltre alla prefazione, pure uno dei saggi racchiusi nel volume, “Lo sguardo a est di Fulvio Tomizza”; gli altri testi sono stati prodotti da Maurice Actis–Grosso, Pericle Camuffo, Alessandro Ceteroni, Gianni Cimador, Chiara de Manzini Himmrich, Anne Jacobson Schutte, Paolo Leoncini, Alessandra Locatelli, Mate Maras, Anna Modena, Živko Nižic, Sanja Roic e Rita Scotti Juric. Parterre internazionale, come accennato sopra, nel quale
Marianna Deganutti si inserisce a pieno titolo: il suo percorso formativo si è articolato fra Trieste, Milano, Sheffield e Oxford, dove ha di recente completato un dottorato di ricerca sfociato in una tesi sullo scrittore istriano e dove, pure, ha detenuto per un periodo la cattedra di Italian Prose presso la facoltà di Italianistica. Ora si trova all’ateneo di Lubiana, avendo vinto una borsa di studio per l’apprendimento della lingua slovena. Numerosi i convegni cui ha partecipato da protagonista (in Gran Bretagna, in Francia, in Italia e negli Stati Uniti): profonda conoscitrice degli scrittori triestini e della letteratura dell’Est europeo - oltre che, superfluo dirlo, di quella nazionale -, ama dedicarsi ai temi dell’esilio, del plurilinguismo, dell’auto-traduzione.
Lucia Aviani
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