«Maremetraggio risveglia le mie radici istriane»

di GIAN PAOLO POLESINI
Rarità. Una retrospettiva in vita equivale a un fregio nobiliare. Segno tangibile di alta caratura professionale. E di empatia costante nel tempo. Pubblico docet. E se ti succede? «Riflessione obbligatoria, riavvolgi decenni come stare sulla chaise longue dello psicanalista - racconta Francesca Neri - l’eleganza al cinema, il personaggio riflettente dell'International ShorTS Film Festival, ovvero l’ex Maremetraggio - un amarcord necessario per affrontare il passato». Non è che ci piglia per ficcanaso se volessimo conoscere il senso di questo suo arretrare nel tempo? «Per carità... beh, seppur gesto graditissimo, il loro intendo, vai a finire inevitabilmente nel classico tunnel dell’età. Ai giovani difficilmente... mentre...».
Mentre cosa, Francesca? «Mentre a quelli ...». Su, su, lei è una donna bellissima e, come dire, alcune attrici vivono per sempre con la stessa immagine. Ha presente Dorian Gray? Ecco... E sbattiamo sul muro del destino. Neri crede poco nelle scelte, «c’è una solida tabella di marcia esistenziale e non scappi. Fai presto a srotolare palate scomposte di se... se... se... va cosí perché doveva andare. Guardi il mio debutto. "Le età di Lulú" di Bigas Luna. È stato il cinematografo a trovarmi. Povero Bigas. Mi manca. Pure Troisi e Giuseppe Bertolucci. Grandi registi, anime calde. Cammini assieme e poi spariscono improvvisamente dal tuo fianco».
Eh già. Ma qualcosa rimane. La passione, forse. Lo sguardo. I film. E a Trieste ne vedremo parecchi con la signora di Trento. Che poi tanto trentina non lo è, la Neri. Scavando scopri che il babbo è istriano, uno dei trecentocinquanta mila fuggitivi del dopoguerra, perduti che cercarono il riscatto negli altrove. «I miei abitavano a Pisino. Raggiunsero Sanremo, salendo quindi in Trentino. Papà non si è mai scordato l’origine, è gente tosta con la pelle dura, quella, non riesce ad alzare le spalle. E mi trascinava ogni santo maggio o aprile, adesso non ricordo, alla riunione triestina degli esuli. Non voleva disperdere gli umori dell’infanzia, il sapore del mare, le fragranze degli ulivi».
28 giugno-5 luglio, quindicesima edizione. Si ragiona in corto, ovviamente, la natura impone visioni short, la miglior selezione su piazza. La Neri stabilirà un contatto con i lungometraggi, i suoi, messi in fila «con il cuore piú che con la strategia», ammette. «Ho tenuto conto delle sensazioni, non certo del botteghino».
Cominciamo, allora. Ci mettiamo una parola alla fine di ogni titolo, le va Francesca? «Volentieri». "Pensavo fosse amore, invece era un calesse", di Troisi: «Indimenticabile. Massimo. Uomini cosí ne nascono ogni tanto. Ma tanto ogni. Divertente, attento, puntiglioso, affettuoso. E ancora...».
“Sud” di Gabriele Salvatores. «Ho vissuto il Meridione per davvero, non mi è piú capitato di inalarlo con la stessa intensità».
“Matrimoni”, di Cristina Comencini. «La mia prima commedia raffinata».
“Il dolce rumore della vita”, di Giuseppe Bertolucci. «Dentro di me c’era mio figlio Rocco, può immaginare».
“Io amo Andrea”, di Francesco Nuti. «Il miglior regista tra i comici. Sono stata male con lui. Spero ritorni».
“La cena per farli conoscere”, di Pupi Avati. «Oh, Pupi.. la mia trilogia avatiana, attesa e giunta nel momento perfetto». Infatti, chiuderanno "Il papà di Giovanna" e "Una sconfinata giovinezza".
C’è un nuovo set, adesso. «“Il ricco, il povero e il maggiordomo", di Aldo, Giovanni e Giacomo. Posso sbottonarmi poco, almeno finché non ci sarà la presentazione ufficiale. Riderete parecchio, mi pare persino superfluo precisarlo. Sarà un film vero, voglio dire, non una somma di gag. Uscirà a Natale». Apriamo la porta dell’Italia. Domandone finale. «Pensi che decenni fa me ne sarei andata volentieri da qui, adesso stranamente no. Cambierà ’sta solfa, ne sono convinta. Magari mi sbaglio, ma sulle nuove generazioni ci punterei della speranza».
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