Prenz: «Il mio signor Kreck nell’Argentina buia dei 70»

UDINE. Juan Octavio Prenz è tra le più importanti voci della cultura letteraria argentina. Nato a La Plata nel 1932, è stato vicino a Borges, negli anni 50, e poi collega all’università di Buenos...
Di Luciano Santin

UDINE. Juan Octavio Prenz è tra le più importanti voci della cultura letteraria argentina. Nato a La Plata nel 1932, è stato vicino a Borges, negli anni 50, e poi collega all’università di Buenos Aires. «Ha influenzato me, come tutti, era il discrimine con la nuova generazione, nel senso che lui era l’antico, il classico, e tutti gli altri, ancorché sessantenni, i giovani – racconta –. Passava per una persona fredda e razionale, ma ne ho conosciuto anche l’aspetto emotivo. L’ho visto ballare». Romanziere e poeta («Ma non lirico, c’è sempre una storia, una concretezza, prevale l’epos minimale»), Prenz ha lasciato l’Argentina a metà anni 70 e oggi vive a Trieste, dove insegna all’università. Ieri alla Joppi di Udine la presentazione del suo Il signor Kreck, edito da Diabasis: presenti con Prenz, la figlia Betina Lilián, traduttrice del romanzo, ed Elvio Giagnini, italianista emerito all’ateneo di Trieste.

Prenz, a livello familiare, lei ha radici in queste terre.

«I genitori erano istriani. Emigrati prima della guerra, si sono conosciuti e sposati in Argentina. Una condizione simile a quella del protagonista del libro. Ma sono solo gli alberi ad avere radici. Personalmente ho sempre vissuto il tempo e il luogo in cui mi sono trovato. Diogene, del resto, commentò l’ostracismo dicendo “Mi togliete la città ma mi lasciate il mondo”».

Il signor Kreck è un romanzo che lascia aree oscure.

«Cose irrisolte, perché ignote anche all’autore del libro. Io ho scritto solo ciò che so. A un certo punto Kreck e la moglie vanno in salotto a parlare, e si chiudono la porta dietro. Io resto al di qua della porta».

Il personaggio ha una sua autonomia, insomma.

«Lo rispetto e non entro nelle cose che non conosco. Del resto lui è chiuso anche nei confronti dell’avvocato, che gli chiede spiegazioni utili a farlo uscire di prigione: sono cose mie, gli risponde. Si può dire anche che, arrivati a un certo punto, è il personaggio a comandare. Ci sono, nel romanzo, cose che non avrei voluto scrivere, imposte dal signor Kreck».

Il protagonista del libro, persona chiusa, meticolosa e ligia, finisce kafkianamente nella mani della polizia.

«È una persona che cerca di appianare ogni ostacolo tra lui e una vita tranquilla. E non vuole fare violenza a se stesso, forse questa è la caratteristica chiave. Con la riservatezza si ritaglia uno spazio di libertà che sembra piccolo, ma che è invece un modo quasi assoluto di intendere la libertà».

Della quale viene privato solo all’esterno...

«Sì. Ho raccontato una storia comune a quella di tante persone negli anni bui dell’Argentina, accennando soltanto alle sofferenze fisiche e alle torture. La scelta di non descriverle nasce dal fatto che certe scene restringono gli spazi di riflessione. E io volevo che il libro facesse riflettere».

Parliamo della parola, elemento focale. A un certo punto pare di cogliere un elogio dell’incomunicabilità.

«L’incomunicabilità nasce dal fatto che la persona con cui si parla non è l’interlocutore giusto, e quindi c’è il rischio di un totale fraintendimento. Poi Kreck è convinto della necessità di usare solo le parole necessarie, esclusivamente quando c’è qualcosa di importante da dire. Le parole devono andare alla sostanza delle cose, non decorarle o mascherarle. E quando c’è uno scontro è meglio non parlare, far uso dei termini quotidiani utili a far dimenticare il conflitto».

Il libro è uscito un po’ tardi, a Madrid nel 2006. Come mai tanto tempo tra i brucianti fatti degli anni 70 e la loro restituzione?

«Per certe cose non c’è mai un tardi. Ma la ragione concreta si lega a problemi di pubblicazione: prevalendo la letteratura consumistica, bisogna aspettare con pazienza le decisioni delle case editrici. E poi c’è anche un’altra spiegazione, più privata: la mia pigrizia».

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