Grido d’allarme di Colonnello: i tagli uccidono il Menocchio

PORDENONE
Chissà se ci sarà il tempo di fermarsi e pensare un po’ meglio, chissà se servirà a qualcosa l’accorato allarme di Claudio Magris che ha invitato a rivedere i criteri dei tagli alla cultura che trascinano, questa volta tocca tutti noi, anche il circolo Menocchio di Monterale Valcellina, proprio come sterpaglia fra i rami secchi. Davvero un bel regalo per i suoi 25 anni di attività. Sul sito del Menocchio (www.menocchio.it), da qualche giorno un discreto appello chiama a raccolta gli amici, suggerisce un sostegno concreto «stiamo raccogliendo risposte consolanti che ci confortano anche sul lato umano – ci dice con voce altrettanto discreta Aldo Colonnello, anima insieme a Rosanna Peroni del circolo –, ma forse varrebbe la pena riflettere sul senso del termine cultura».
. Cosa vuole dire?
Intendo cioè che il problema è quello di pensare alla funzione della cultura come a un servizio pubblico anche per chi è piú lontano dal “centro” e ha quindi meno occasioni di partecipare alla vita culturale. Altrimenti si produce quella che io chiamo “desertificazione” anche sociale, fenomeno che si sta già verificando nelle aree montane o della periferia e che va arginato.
Si potrebbe obiettare che uno degli aspetti piú controversi è la questione della qualità, a volte carente in molte manifestazioni cosiddette culturali.
Guardi, credo il termine corretto sia sobrietà. Fare cultura non significa pensare a un indotto, a quanti turisti si fermano negli alberghi, a quanto vino. Non si può valutare la cultura dall’immondizia che produce. Certo sono aspetti che possono far parte dell’indotto culturale, ma non ne sono l’essenza. È un compito lento e lungo che incomincia dai bambini. Concordo con l’immagine di Adriano Prosperi che sul senso della cultura scriveva che o si investe in cultura oppure si vuole che le persone restino “impiccate alla televisione”. A definire la qualità serve anche considerare la continuità di un progetto. Nei 25 anni di attività del circolo Il Menocchio si è creato un gruppo di cittadinanza, senza la presunzione di avere le competenze necessarie per rispondere a tutto, ma l’intento di costituire una comunità allargata, solo cosí si costruiscono dei valori permanenti.
Con Il Menocchio il mondo ha scoperto una letteratura altrimenti destinata a sbriciolarsi nel vago e a perdersi.
Se restiamo nel campo della poesia Ida Vallerugo, Federico Tavan, Antonio De Biasio, se proprio vuole qualche nome, ma non è solo questo. Fin dalla nostra fondazione abbiamo lavorato su progetti con uno scopo preciso: utilizzare le competenze alte nei vari settori e tentare la piú ampia divulgazione possibile.
A quanto ammonta il taglio?
Quando avevamo accesso ai fondi regionali non abbiamo mai chiesto altro, poi abbiamo subíto una prima riduzione del 50%, poi di un ulteriore 25%: quindi, siamo a un quarto di quanto avevamo. Questo significa un ridimensionamento dei nostri progetti, con ricadute anche su chi collabora con noi. Ma voglio credere che Il Menocchio non debba chiudere. La cultura, soprattutto in aree come quella in cui noi operiamo, è l’unico mezzo per rimuovere le differenze. Un recente sondaggio mostra che a leggere sempre meno sono le categorie di persone in difficoltà economica. Se la cultura non rimane praticabile a tutti, l’alternativa è il ritorno a un passato nel quale solo chi ha i mezzi può accedervi. E poi, me lo lasci dire con estrema umiltà, esistere significa che se riusciamo noi, a fare quanto abbiamo fatto, anche altrove si potrà fare lo stesso, se non di piú. Siamo come il colibrí della favola che andava a spegnere l’incendio con una goccia nel becco mentre tutti scappavano. Al leone che gli diceva quanto fosse inutile il suo sforzo rispose: “Io faccio la mia parte, e questo crea la differenza”. Ecco, noi facciamo e faremo la nostra parte.
Gabriele Giuga
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