Nobu alla tastiera, un miracoloso flusso emotivo

UDINE. Bisogna partire dalla fine per descrivere le emozioni del concerto, sabato sera al Giovanni da Udine, tenuto dal giovane pianista non vedente Nobuyuki Tsujii, e dai bis per l’esattezza. Dagli occhi ammirati di una violinista di fila mentre Nobu – così lo chiamano in Giappone – esegue l’aria di Verdi, dal Rigoletto, Bella figlia dell’amore nella trascrizione di Liszt, da quell’ossessivo movimento del capo che durante tutta l’esecuzione del secondo concerto di Rachmaninov, e dei due bis poi, segna la distanza fra i limiti del suo fisico e quelli della sua anima, e soprattutto da quell’ancora più ossessivo sfarfallio delle mani, un applauso muto, il suo applauso a pubblico e orchestrali per la gioia di essere stati lì. Bisogna partire da questi dettagli per non cadere nel troppo facile, sbrigativo e compiacente giudizio su un fenomeno.
Nobu, in effetti, non è il primo non vedente che sale su un palco da protagonista, ma al suo arrivo, alle prime note, il pubblico si trova spiazzato. Niente di quello che accade sotto gli occhi di chi ci vede ha logica, Nobu si muove con un passo sghembo, al pianoforte ha una postura improbabile, mentre suona ondeggia, si muove ossessivamente, non a tempo, governato da chi o da che cosa non si sa. E la musica? Si direbbe che è un miracolo. Lo è un miracolo, ma di sensibilità. Sarebbe un errore ridurre la pregevole sensibilità di Nobuyuki Tsujii a fenomeno da palcoscenico. Più che la sua cecità, è il suo modo di essere che ci confonde. Anche la pregevole Sinfonica di Monaco – compatta pure nell’inclinazione dei gomiti – ci mette un po’ a trovare un assetto, poggia gli accenti come per dargli dei riferimenti visto che con lo sguardo non si può instaurare l’intesa, il direttore Adriy Yurkevich – un po’ troppo scolastico e impersonale per la verità – fa gesti ampi, ma chi guida è lui, Nobu. Tecnico, preciso e lirico nei primi due movimenti, prende il dominio completo nel brillante terzo movimento, leggero e virtuosistico, tanto quanto è maestoso e intenso l’Allegro finale. Mostra una genuina gioia agli applausi scroscianti, si inchina, ringrazia. In sala non si sa ancora cos’è stato, miracolo o fenomeno, i commenti sono contraddittori, ma un abbraccio d’affetto se lo merita davvero. Passa così in secondo piano l’esecuzione della quarta Sinfonia di Brahms, diretta con troppa attenzione da Yurkevich. C’è tutto quello che dev’esserci, volumi, dinamiche, ritmo, tranne la passione e il pathos che ci vorrebbe. Sarà anche questo un effetto di Nobu?
Gabriele Giuga
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