Mandi Federico, nostra preziosa eresia Le foto

«Qui dorme lui» avverte la tabella che appare da sempre all’ingresso della casetta con i “daltz”, i ballatoi in legno di Andreis, in Valcellina, con la scala esterna dai gradini di pietra.Lui è “il poeta delle pantianes”, il poeta che ha levato un canto d’amore straordinario per gli ultimi, gli indifesi, i dimenticati.
Al primo piano, in un ambiente piccolissimo, c’è spazio a malapena per il letto di Federico, che ora riposa dopo essersi spento all’improvviso come una candelina consumata da una vita dura, drammatica, di lancinante sofferenza psichica, e che proprio nella poesia aveva trovato requie, attimi di serenità piú forti di ogni tentazione suicida come lui stesso ci aveva ripetutamente urlato.
Federico Tavan è morto l’altra notte nel sonno (piegandosi ormai indifeso sotto un soffio di quell’esistenza che aveva fatto tanta fatica ad affrontare) dopo aver festeggiato il 5 novembre i 64 anni con la torta e gli amici piú cari, senza che ci fosse alcun segno premonitore. Aveva solo detto a Marianna, la donna che lo assisteva da alcuni anni: «Voglio morire a Parigi».
E affermando questo intendeva dire semplicemente «a casa», perché sulle montagne russe delle sue visioni Parigi era un sobborgo della lillipuziana Andreis, il paese da nemmeno trecento abitanti dove si è srotolato l’itinerario di un uomo che, come ha scritto Anna De Simone, è vissuto in balía della vita fin dall’infanzia riuscendo però a sottrarre al naufragio di sé e dei suoi giorni difficili un villaggio interiore ricco di incanti, un giardino di parole sbocciate lungo una linea che muovendo dalle Poesie a Casarsa di Pasolini si è dipanata luminosa fino ai nostri giorni e a nomi come quelli di Amedeo Giacomini, Leonardo Zanier, Umberto Valentinis, Ida Vallerugo per arrivare adesso a Pierluigi Cappello.
In questo eccezionale momento innovatore, che ha posto la poesia friulana all’attenzione di tutti, Federico ha rappresentato l’ala piú irregolare, piú anarchica, piú istintiva, meno classificabile, un po’ alla Dino Campana, con esiti incontrollabili da lui stesso visto che come un fiume in piena non ha mai saputo gestire parole e atteggiamenti.
Ma c’è chi, per fortuna, lo ha fatto, raccogliendo con pazienza i famosi fogli e foglietti scritti velocemente in cui, in pieno tumulto creativo, ha composto versi diventati da culto fra schiere di estimatori. È stato il Centro Menocchio di Montereale Valcellina, con Aldo Colonnello, a ordinare nel tempo le carte di Tavan curando in particolare le raccolte Da màrches a madones (1994), Cràceles cròceles (1997), Augh (2007).
Titoli bellissimi, pubblicati anche dalla Biblioteca dell’immagine, che rendono merito ai versi e alle intuizioni di un poeta che si esprimeva solo nel dolcissimo friulano della sua valle, il quale ha cosí ricevuto una dignità e una notorietà come prima mai era accaduto.
Per questo, accanto alla Maranzanis di Zanier, alla Chiusaforte di Cappello o alla Meduno della Vallerugo (luoghi minimi, periferici, decentrati) anche Andreis è entrata nel cuore dei tantissimi che, partendo da tutto il Friuli, salivano lassú cercando emozioni e parole nuove, non logore, ma vere, pur nella disperata allegria incarnata da uno come Tavan, assoluto protagonista per esempio nelle epiche serate organizzate da Usmis al centro sociale di Udine.
La piccola cucina nella casa con i “daltz” è una galleria fotografica, perché Federico non si sottraeva al piacere di farsi immortalare. Ecco, accanto a lui, Carlo Ginzburg, Erri De Luca, Danilo De Marco, Mauro Corona, l’attore Marco Paolini che portò in scena uno dei testi piú celebri, La naf spazial, nel quale il poeta racconta come si chiuse in camera dopo essere stato dimesso dal manicomio per scappare dagli umani e compiere un volo infinito fra le galassie.
Tavan, attraverso i suoi versi, le performances, gli atteggiamenti istrionici d’amore, si è assunto sempre una responsabilità nei confronti di tutti i friulani, mettendosi ai comandi di un’incredibile astronave per farci compiere viaggi interplanetari in cui poter intuire l’enigma che sta in noi, oltre pregiudizi e convenzioni.
E il mistero di questo grande poeta ora rappresenta un’eredità unica, nel tempo vuoto che stiamo vivendo. Allora è necessario leggere la parte finale del suo atto teatrale intitolato L’assoluzione dove dice: «Vi amo tutti, tutti! Io non sono pazzo. Io volevo essere voi, io volevo essere me, io volevo essere Dio... Io volevo essere un arcobaleno, un aquilone».
La nostra preziosa eresia (cosí lo definí Ida Vallerugo) adesso riposa accanto alla mamma Cosetta, che Federico ha tanto invocato negli ultimi giorni. Morí giovane e il figlio per una vita l’ha cercata.
A noi di questo poeta resta tantissimo, anzi il vero viaggio deve forse ancora cominciare, anche se nella valle fa cosí freddo. Ma Federico ce lo aveva annunciato: «E cuan ch’al mierle al à perdut la vous pa’ la val ce freit».
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