Quel possente di Simeon e... il disco volava
Silvano nel 1967 scalava l’olimpo italiano Da Visco a Milano, passando per l’Asu Udine

Storia molto bella; epilogo tragico e patetico. Silvano Simeon, quando ha sentito battere l’ora (12 dicembre 2010), si è fatto da parte con l’auto, mentre si recava in aeroporto a Caselle (Torino, nuova patria) ed è andato con Dio (l’è lât cu Diu); era credente, e friulano senza esibizionismi.
Aveva iniziato in un piccolo paese, Visco, al limite nord della Bassa friulana, dove la vita nel dopoguerra della II oscillava tra sufficienza la miseria. Era il secondogenito (1945), dopo Elsa. Fisico dal papà, Clemente, un Simeon (ciclista ai tempi del mitico Giordano Cottur). Alti, possenti i Simeon, di pratica sportiva caleidoscopica: ciclismo calcio, pallamano, pallavolo, tiro alla fune, canottaggio, pugilato, tiro al piattello… Spirito dalla madre, Nella Cettolo, capace di battute fulminanti. Impegnata nella parrocchia e nel vivere civile.
Gli anni ’50, nell’Italia fracassata dalla guerra, permettevano appena di guardarsi attorno e arrampicarsi a rinascere. Silvano, per la legge feroce delle classi, non avrebbe potuto aspirare che a un gradino appena rispetto ai genitori: operaio specializzato. Neppure ipotizzabile carriera migliore: scuola di avviamento a Mariano del Friuli. Tradizione, serietà, e sacrificio: chilometri in bici, il “gamelin”, la gavetta pel cibo, da far scaldare. Un poco più su, il “Ceconi” a Udine, istituto professionale di fama. Qui, Silvano, metri 1,89, nonostante fosse smilzo, venne notato dal prof. Marchi. Sicché sport come si deve: lancio del disco. Il fisico era da curare. Ricordo alcune sedute di “palestra” nel portico di casa mia (io ero la negazione dello sport, nonostante un grande interesse). Lo strumento era un bilanciere, fatto di un asta di ferro arrugginita e di due pesi di cemento inscritti in due scatole di tonno dalla latta nota e gialla. Non fu questa palestra a giovargli, ma l’interesse di professori come Marchi, Bernes… che ne scoprirono i valori. Silvano era uno dei giovani formati da uno strepitoso sacerdote mons. Umberto Miniussi, e aveva carattere da vendere. Fece faville nell’Asu di Udine. Militare nella Guardia di finanza (gruppo sportivo) a quest’arma fu sempre riconoscente: allora, oltre ai successi sportivi, si preparò un domani: diploma di geometra e Isef, che fece di lui un professore di educazione fisica. Una vulgata con la nota dello stereotipo, lo chiama gigante, ma un fisicone ce l’aveva, però nei limiti di una elevata normalità. Poteva danzare sulla pedana, con velocità strepitosa, che lo fece esplodere nei risultati proprio 50 anni fa. Il 1967 fu per lui un anno da tappa nella vita. All’Arena di Milano, racconta il cronista Rai di allora, «la riunione di apertura è dominata da un giovane gigante friulano», che supera per il record di Adolfo Consolini (resisteva da più di 11 anni) raggiungendo 57,86 metri, poi 57,90 e 59,96 (e in quella riunione!), grazie a «una forza poderosa al servizio di una tecnica ben affinata». Quell’anno superò quattro volte la misura, “fermando”, a Livorno, sui 61,72. A Milano lo stesso Consolini salì sul podio per abbracciare lui, con la tuta delle Fiamme gialle. Il suo record personale di 65,10 fu stabilito nel 1976 (Gruppo sportivo Snia), quando superò, nel corso della stessa riunione, due volte il record italiano precedente in un epico duello con Armando De Vincentis, che lo aveva battuto. Carriera densa di soddisfazioni, bloccata dal cuore proprio quando avrebbe dovuto volare. Nel 1968, invece che a Città del Messico per le Olimpiadi, dovette affrontare il cardiochirurgo a Huston: le abili mani del dott. de Backey…. e ricominciare. Uno degli anni più belli fu il ’76: vince a Heslinki, in Finlandia-Italia; a Konigsvinger, in Norvegia-Italia. A Montreal, in Europa-America, è un eccellente secondo (Ludvik Danek con 60,96, lui con 60,46!) e vince a Viareggio in Italia-Usa-Spagna.
Quando si ritira, allena le discobole ed è tecnico federale per l’intero settore lanci e poi per il disco. Aveva messo su famiglia con la prof. Maria Rosa Grandis e ha due figli Alessandro e Lorenzo.
Avevo con lui grande amicizia da ragazzo; era il perno della compagnia per la capacità di spirito: battuta pronta e intelligente in ogni occasione, persino sui suoi malanni…Lo ha tradito il cuore. Uno che lo conosceva bene (Giorgio Reineri) scrisse che non era uno sprecaparole “usava soltanto il sì e il no, senza appoggiarsi a quei rafforzativi di moda che sono assieme una sberla all’italiano e un’americanata”. E il suo successore come tecnico nel settore lanci, il prof. Francesco Angius, in uno stupendo profilo, ha raccontato, tra l’altro, che «Il suo rapporto con i ragazzi era fantastico e unico. Divenivano suoi figli, li addestrava, li istruiva, li difendeva e li richiamava con un carisma che lo poneva al di sopra delle parti. Era un educatore oltre che un grande tecnico, era una continua fonte di insegnamenti. In venti anni non ricordo mai una parola fuori posto o un commento sferzante verso qualcuno, il “giusto mezzo” e la serenità erano doti connaturate e residenti da sempre dentro di lui, così come la modestia e il non apparire».
Resterà come un pilastro nella storia dell’atletica italiana, Silvano Simeon, non solo come atleta, ma come uomo e friulano esemplare. Tornava ogni anno al paese, senza caricarsi per i suoi successi, uomo vero, ricco di simpatia e di umanità, virtù per le quali non gli servivano allenamenti: erano patrimonio personale, proprio suo e irripetibile.
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