Il Friuli piange Burgnich la “Roccia” che vinse tutto con l’Inter e la Nazionale

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Il Friuli perde un altro dei suoi figli che così tanto bene l’hanno rappresentato in giro per il mondo. Si è spento ieri all’età di 82 anni nella casa di cura San Camillo di Forte dei Marmi, Tarcisio Burgnich. La “Roccia”, così era soprannominato per la grande capacità di non scalfirsi nemmeno contro gli avversai più forti, è uno dei calciatori italiani ad aver vinto di più nella storia del calcio. Quattro campionati e due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali con l’Inter, uno scudetto con la Juventus, una Coppa Italia con il Napoli. In Nazionale aveva conquistato l’Europeo giocato in Italia nel 1968 e al Mondiale del 1970 lui e gli altri azzurri si erano arresi in finale alla superiorità del Brasile di Pelè.
Oltre ai suoi trofei, però, Burgnich lascia il ricordo di una persona per bene, il classico friulano che preferiva i fatti alle parole. L’ultima volta l’avevamo sentito poco meno di un anno fa per celebrare i 50 anni della storica semifinale mondiale all’Azteca: Italia Germania 4-3, la partita del secolo che l’aveva visto segnare uno dei suoi due gol nelle 66 partite disputate con la maglia azzurra.
Ne ha fatta di strada quel ragazzino nato a Ruda il 25 aprile del 1939 che aveva mosso i primi passi nel settore giovanile della Pro Romans e che per aiutare a casa andava a lavorare come imbianchino a Cervignano. All’Udinese arrivò assieme al suo compaesano “Tojo” Padovan e Angelo Simonutti di Perteole. Allora si diceva che avessero qualcosa più di lui ma per diversi motivi non fecero la carriera di Tarcisio.
Con l’Udinese, che ieri ha espresso il proprio cordoglio sul sito ufficiale del club, esordì in serie A nel 1959 in un poco fortunato Milan-Udinese 7-0. I battesimi così negativi, evidentemente, portano bene se si pensa che il suo conterraneo e amico Dino Zoff ne prese cinque alla sua prima presenza nella massima serie contro la Fiorentina due anni dopo. Burgnich e Zoff giocarono assieme in Nazionale dal ’68 al ’74. Li accomuna la militanza nella Juventus (dove però Burgnich fu una meteora) e nel Napoli dove Tarcisio andò a chiudere la sua carriera di calciatore dal ’74 al ’77.
La Nazionale e l’Inter sono state le due squadre della sua vita. In nerazzurro a cambiargli la carriera fu Helenio Herrera. «Era sempre un passo avanti – raccontò una volta –, uomo serio, sobrio, era stato povero e ci esortava a non buttare via i soldi che guadagnavamo, ci insegnò a fare yoga per concentrarci».
Ha marcato i più forti centravanti della sua epoca, Pelè e Gerd Muller in Nazionale, ma quando gli chiedevano chi era la sua bestia nera faceva altri due nomi: un altro friulano, Ezio Pascutti, e la punta della Jugoslavia Dzajic. Da allenatore ha ottenuto meno soddisfazioni, è stato vicino all’inizio degli anni ’90 alla panchina dell’Udinese, ed è stato soprattutto il tecnico che a Bologna ha fatto esordire appena sedicenne un certo Roberto Mancini. Il calcio era cambiato, ma l’occhio esperto non lo tradiva. Ieri lo hanno ricordato tutti, specialmente i compagni della sua grande Inter ai quali non sarà sfuggito questo particolare: Tarcisio se n’è andato nello stesso giorno, cinquant’anni dopo, del loro capitano Armando Picchi. —
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