Ely, dai Lancieri al lavoro che non c’è

Era stato definito l’architetto di Van Gaal, tecnico che lo chiamò dalle giovanili in prima squadra per iniziare il ricambio generazionale dopo la partenza di un certo Seedorf. Lui è Eli Louhenapessy e la squadra era, ovviamente, l’Ajax. Nel 1997 l’allora ds Piazzolla lo porta a Udine per dare a Zaccheroni alla prima esperienza europea dell’Udinese una rosa competitiva. «Firmai un contratto biennale, avevo 20 anni e tanta voglia di giocare. Arrivai, proprio quando Van Gaal andò via, la sentenza Bosman mi aprì nuove strade. Conobbi Raiola, che mi parlò dell’Udinese, fresca di qualificazione in Coppa Uefa. Arrivai a metà stagione e firmai un contratto di 4 anni. Praticamente non ho mai giocato».
Come mai accettò l’Udinese?
«Ero giovane, la serie A italiana era molto considerata all’estero. Di Udine sapevo poco e niente. Mi dissero che era una città vicina a Venezia e questo alla fine mi era bastato. In Olanda conoscevamo bene solo San Daniele perché era il posto da cui arrivava il prosciutto crudo. Dopo, invece, la musica è cambiata. In pochi anni tutti in Europa ci conoscevano».
Eli, ha detto prima che non ha mai giocato. Qual è il suo rimpianto?
«Nessuno. Ero un ventenne che aveva la possibilità di entrare a San Siro, al Delle Alpi per affrontare la Juve. Per me era già motivo di contentezza essere lì seduto in panchina, perché Zaccheroni mi portava sempre in ritiro».
Il ricordo più bello della sua esperienza a Udine?
«La partita europea contro l’Ajax e i miei ex compagni. Nei giorni precedenti alla partenza ricordo che Zaccheroni mi chiamò in parte e mi chiese informazioni sull’Ajax e la mia opinione su come l’Udinese avrebbe dovuto affrontare la trasferta. Lui era abituato a giocare con il 3-4-3 e io gli dissi che forse sarebbe stato meglio coprirci un po’ di più. Non ci coprimmo e non vedemmo palla. Ci andò bene perché subimmo solo un gol. E poi ci fu quella partita stupenda del ritorno. Lo stadio, l’atmosfera... emozioni uniche».
Che ricordo ha di Zac?
«Ottimo. Era un allenatore che faceva sentire tutti importanti alla stessa maniera, non importava se eri titolare o meno. E questo per un giocatore è importante».
Dopo qualche anno in giro per l’Italia e l’Europa ha deciso di tornare a Udine e di rimanerci. Come mai?
«Perché qui mi sono sempre trovato bene e poi perché la mia compagna è friulana. É stata una scelta naturale».
Una scelta che però l'ha allontanata definitivamente dal calcio che conta.
«Quando ho deciso di scendere di categoria sapevo che le porte mi si sarebbero chiuse, ma sono contento così. Continuo a giocare e mi diverto. Ormai sono 10 anni che milito nei Dilettanti».
Che cosa c'è, quindi, nel suo futuro?
«Prima di tutto vorrei trovare un impiego. Ho lavorato un anno in un magazzino all’ingrosso della zona e ora sono in attesa. Per quanto riguarda il calcio continuerò a giocare finché mi diverto, ma non nego che mi piacerebbe allenare i ragazzi. Ho fatto una piccola esperienza con gli Allievi dell’Aurora... Vedremo».
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