De Canio: «Sarà salvezza al 100 per cento»

UDINE. Arriva all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma poi, quando comincia a parlare non si ferma più. E non gli mettono fretta nemmeno quando gli viene annunciato che il ds Giaretta e Carnevale lo attendono a pranzo.
Gigi De Canio sembra proprio avere tanta voglia di Udinese e di calcio. «Questa è l’unica società nella quale un allenatore può essere davvero utile alla crescita dei calciatori».
Mister, partiamo. É proprio vero che a volte ritornano. Avrebbe mai immaginato di tornare a Udine considerando com’era finita?
«Non credo ci fossero stati motivi tali per cui non potesse verificarsi un mio ritorno. E infatti è capitato».
Domanda secca: quante possibilità di salvarsi ha l’Udinese?
«Cento per cento».
Lei crede alle coincidenze? Spalletti quindici anni fa esordì con un 1-1 a Reggio Calabria, lei a Reggio Emilia, alla penultima giornata c’è l’Atalanta in trasferta, dove Spalletti si salvò con un turno d’anticipo.
«Mi viene da sorridere davanti a queste coincidenze stabilite dal destino. Comunque mi andrebbe bene tutto, compresa ovviamente la salvezza con una giornata d’anticipo».
La prima sensazione quando arrivò la telefonata di Gino Pozzo?
«Stupore e sorpresa».
Cos’ha pensato in quei mille chilometri in auto da Matera a Udine?
«Ero con il mio vice e ho cominciato soprattutto a ipotizzare soluzioni, a come organizzare il lavoro. Quando si subentra a stagione in corso è tutto diverso rispetto a quando cominci ad allenare una squadra dal ritiro estivo».
Da due anni era senza panchina. Ha mai pensato di essere uscito definitivamente dal giro giusto?
«Qualche richiesta in questo arco di tempo l’avevo ricevuta dall’estero anche se nessuna importante come quella dell’Udinese. Nessuna di queste aveva suscitato il mio interesse. I soldi contano, ma non sono tutto nella nostra condizione. Io vivo per quello che sono, non per quello che faccio».
L’Udinese di quindici anni fa resta il momento più alto della sua carriera?
«Direi di sì, però se si esclude la parentesi di Catania, dove sono stato ho sempre centrato gli obiettivi chiesti dalla società».
La sua Udinese giocava con Jorgensen e Fiore mezzali.
«Solo quando non c’era Locatelli trequartista, altrimenti Jorgensen faceva l’esterno. Era una squadra di qualità, offensiva che rispecchiava la mia idea di calcio. Fiore fece nove gol la prima stagione giocando da centrocampista centrale».
Stefano arrivò in Nazionale e partecipò all’Europeo. É lui il giocatore più forte che ha allenato?
«É una scelta difficile. A Siena ho avuto Chiesa, a Reggio Calabria Di Michele che “preparai” per il ritorno a Udine. Ma di tutti questi ragazzi mi piace ricordare l’aspetto umano, la capacità di fare gruppo».
L’anno dopo l’esonero di Udine lei andò a Napoli: finì quinto in B.
«I due presidenti Corbelli e Ferlaino mi avevano prospettato un programma sportivo molto importante e io ne ero lusingato. Pochi giorni dopo la firma del contratto, però, capii che tutte quelle premesse e promesse non esistevano. Corbelli fu arrestato, Ferlaino si fece da parte, io restai l’unico punto di riferimento. E a causa dell’alluvione andammo a giocare in tutti i campi della Campania».
In quel Napoli giocava Jankulovski.
«Sì e fu il sottoscritto a segnalarlo a Gino Pozzo. Poi vennero a vederlo più volte e l’Udinese lo acquistò».
Con la Reggina arrivò una salvezza allo spareggio.
«Contro l’Atalanta: 0-0 a Reggio, 1-2 per noi a Bergamo in rimonta con gol di Cozza e Bonazzoli».
Vede, Bergamo nel destino...
«Rispondo con un sorriso».
Dopo la parentesi a Siena ecco la chiamata del QPR. Come nacque?
«La prima scelta era Guidolin, poi all’ultimo momento le parti non trovarono l’accordo. Quando mi contattarono io ero a Londra per commentare una partita di Champions del Chelsea per Sky e pensavo a uno scherzo».
Quel QPR era di proprietà di Briatore. Ce lo descrive?
«Un uomo di grande qualità, persona speciale».
Da allenatore del Lecce lei interruppe la serie di dieci risultati utili consecutivi dell’Udinese di Guidolin.
«In casa battemmo Napoli, Juve e Udinese. Per salvarci dovemmo fare così visto che lasciammo qualche punto per strada con le piccole».
Lei in Salento conquistò una promozione e una salvezza, poi si dimise pur avendo due anni di contratto. Perchè?
«Mi è capitato spesso, non rimango in un posto a dispetto dei santi. Faccio l’allenatore dove mi piace, dove il tecnico è utile alla crescita dei calciatori. E Udine sotto questo punto di vista è un posto più unico che raro».
Ritorniamo alla sua prima esperienza di Udine condizionata dai tanti infortuni. Anche questi problemi, non nascono per caso. A distanza di tempo cosa sbagliò?
«Le nostre sfortune cominciarono sul finire del campionato precedente. Muzzi si infortunò a quattro gare dalla fine quando ci sarebbe bastato vincere le ultime due gare in casa con Torino e Perugia per arrivare sesti davanti ala Fiorentina ed evitare l’Intertoto. Volevamo a tutti i costi andare in Uefa e per farlo fummo costretti a spremere alcuni giocatori che non stavano benissimo: lo stesso Muzzi, Jorgensen, Fiore che era reduce dall’Europeo. Alcuni errori di valutazione li ho commessi pure io, volevo fare un tipo di preparazione più con la palla che in palestra: fu un azzardo».
L’anno prima a gennaio, Paolo Poggi fu ceduto alla Roma e lei non lo mandò in campo a cinque minuti dalla fine per fargli salutare il pubblico del Friuli.
«Commisi un errore del quale mi assumo tutte le responsabilità. Io pensavo che andando alla Roma Poggi avesse la testa già da un’altra parte e mandai in campo Esposito che poteva fare esperienza e tornarmi utile nel corso della stagione. Mancai di sensibilità. Io e Paolo ci siamo incontrati e ignorati in questi giorni, capisco il suo risentimento».
Mister, lei si è detto soddisfatto del pareggio con il Sassuolo. Ma per come si era messa la partita non la considera una occasione persa?
«Da allenatore devo valutare tanti aspetti e considerata la situazione e il gioco espresso dalla squadra il punto non è da disprezzare».
De Canio, quando vede Di Natale in allenamento toccare il pallone cosa le passa perla testa?
«Che sono arrivato nel posto giusto al momento sbagliato, o almeno un po’ in ritardo. Uno con questo talento poteva giocare ovunque, anche nel Barcellona».
L’Udinese di oggi non è una squadra un po’ “vecchia”? Non mancano i giovani?
«Questa può essere una situazione figlia del momento, i giovani non mancano».
Quello di cui si parla di più è Balic. Un giudizio?
«Ha talento, ma le aspettative su di lui non devono essere frenetiche. Se fossimo in una situazione di classifica più tranquilla avrebbe già giocato. Speriamo di salvarci in anticipo e farlo esordire presto».
In giro per l’Italia Gino Pozzo viene considerato uno dei dirigenti più capaci del calcio italiano. Già 15 anni fa i segnali erano questi?
«Già allora era davanti a tutti. Per preparazione, competenza. Essere dirigenti non significa solo capire di calcio, ma anche saper intervenire sapendo rispettare i ruoli».
I tifosi sostengono che gli interessi dei Pozzo non sono più a Udine ma a Londra.
«Le strutture e l’organizzazione della società dicono altro».
Chiudiamo con una domanda extracalcistica. La “sua” Matera sarà la capitale Europa della cultura del 2019.
«É un riconoscimento a una città che nelle difficoltà del sud ha saputo crescere puntando sui suoi valori e sulla sua storia per farsi conoscere nel mondo».
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