In pullmino da Forlì per aiutare i friulani: «La nostra maturità più emozionante»

I protagonisti di quel viaggio si sono ritrovati di recente. Era un gruppo di studenti partiti alla vigilia dell’esame di stato: «La gente ci ringraziava offrendoci da mangiare e un bicchiere di vino»

Alessandro Rinaldini
Gli studenti arrivati in Friuli per aiutare
Gli studenti arrivati in Friuli per aiutare

Era maggio, a breve avremmo avuto gli esami di maturità e ognuno di noi avrebbe preso una strada diversa nella vita. Dopo cinque anni insieme era arrivato il momento del distacco. Ma dopo il 6 maggio 1976, io all’epoca radioamatore, tutti i giorni ero incollato alla radio a raccogliere i messaggi dei colleghi in radio che chiedevano dal Friuli ogni sorta di generi di conforto, medicinali e altro. Passavo quei messaggi a Radio Rimini, una delle prime radio libere di allora che rilanciava la richiesta agli ascoltatori di raccogliere il materiale e portarlo in radio da dove sarebbe partito per le zone terremotate.

Fu allora che lanciai la proposta di partire anche noi e dare una mano. Lo feci alla mia scuola, l’istituto tecnico aeronautico Itaer di Forlì. Ne parlai col professore di circolazione aerea, Giovanni Calboli, di Cesena, che ne parlò al preside. Avuto l’assenso di partire col pullmino della scuola, organizzammo una prima raccolta di viveri per essere autosufficienti e portare il di più alla gente del Friuli. Ben presto una decina di miei compagni di classe, la 5G, aderì.

Dagli scout che frequentavo di Santarcangelo di Romagna, città in cui vivevo, presi una decina di sacchi a pelo e altrettanti zaini e li caricai sulla Fiat 850 di mia madre e li portai a scuola. Dopo alcuni giorni di preparazione, oltre a Calboli che guidava, c’erano Lucio Cavini, Roberto Fiumana, Franco Celli, Paolo Rovati, Massimo Bertozzi, Corrado Ceccarelli, Gianfranco Bezzi. Per motivi di salute, dovetti restare a casa, ma seguivo il tutto via radio chiedendo a qualche radioamatore a Gemona se li vedeva.

«Si dormiva in una tenda militare allestita nel campo sportivio di Gemona, vicino a un ospedale. Una notte, durante una forte scossa di assestamento, per uscire di fretta dal sacco a pelo ruppi la cerniera e corsi fuori dalla tenda scalzo e impaurito», ricorda Fiumana, di Cesena. «Siamo col pullmino della scuola, un Fiat 238, e abbiamo fatto capo a Udine dove ci hanno spedito a Gemona dopo aver verificato che fossimo autonomi per mangiare e dormire – dice Cavini, di Marradi, oggi volontario della Croce rossa –. A Gemona prendemmo contatto con un ufficiale degli alpini. Ci siamo sistemati nella nostra tenda accanto ad altre, in un campo vicino all’ospedale. Ogni giorno, all’alba, ci mandavano nei paesini vicini ad aiutare a montare tende da campo. C’erano sempre scosse di assestamento: avevamo paura. Un giorno mandarono me e Calboli a Udine a caricare sul nostro pullmino decine di piccoli fornelli da campeggio. Caricammo anche un militare americano di base ad Aviano che era venuto da volontario, ma faceva più chiacchiere che lavoro e lo lasciammo a Udine dandogli buca per il ritorno a Gemona. Dopo due giorni, però, ce lo siamo trovati alla guida di un camion con un carico di stivali di gomma. L’ultima notte a Gemona fu fatta in bianco per via di una forte scossa di terremoto».

«Un giorno ci mandarono ad Avasinis e in altri piccoli centri vicini – ricorda Ceccarelli, di Jesi –. Con gli anziani era difficile capirsi. Parlavano il friulano stretto, ma ci siamo sempre capiti e trovati bene: quante pacche sulle spalle abbiamo ricevuto per ringraziamento e quanti bicchieri di vino. Dalle cucine da campo degli alpini, nonostante avessimo da mangiare, ci offrivano sempre un abbondante piatto di pastasciutta. Ho ancora davanti agli occhi il fatto che fino a un certo punto del viaggio di avvicinamento a Gemona i muretti di confine delle case erano in piedi, poi dopo un bivio, tutti i muretti erano crollati per decine e decine di chilometri: impressionante». «Ad Avasinis montammo una decina di tende fra gente cordiale che ci salutava e ringraziava. Un notte ricordo una scossa di terremoto che causò una frana in un monte vicino dall’altra parte del fiume: ebbi tanta paura, ho ancora in testa il rumore di quella frana», precisa Celli, di Forlì.

Oggi, le strade di alcuni di noi si sono ritrovate, a Forlì, per ricordare quella settimana in Friuli per dare una mano, esserci, a testimoniare che anche ragazzi sul limitare della maggiore età, come nel 1966 a Firenze, sono stati pronti a pensare agli altri: fu la miglior prova della nostra maturità

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto