Dalle firme nelle tendopoli all’Università: «Così il Friuli ha messo il futuro dei giovani al centro della ricostruzione»

Dal movimento popolare alla nascita dell’Ateneo, Silvio Brusaferro racconta di una ricostruzione dal basso. E il ricordo del professore, allora sedicenne, tra le macerie e la raccolta firme

Daniela Larocca

C’è un’immagine che più di altre racconta il Friuli dopo il terremoto del 1976: i registri delle firme salvati dalle macerie, portati di paese in paese, compilati tra le tende. In quei fogli non c’era solo una richiesta istituzionale, ma un’idea precisa di ricostruzione: mettere le persone al centro, non solo nell’emergenza ma anche nella costruzione del futuro. Da quel movimento popolare nasce l’Università di Udine, istituita nel 1978, simbolo di una rinascita che passa dalla conoscenza. Ne parliamo con il professor Silvio Brusaferro, professore ordinario di Igiene e medicina preventiva all’Università di Udine.

Professore, l’Università nasce nel 1978 ma affonda le radici prima del terremoto: quanto è stato decisivo quel percorso?

«È stato decisivo. Le prime richieste risalgono già al 1964, quando il Consiglio dei sanitari dell’ospedale di Udine e la Società medica del Friuli si espressero chiedendo una facoltà di Medicina. Negli anni successivi queste istanze si svilupparono fino alla nascita, nel 1972, del Comitato per l’Università friulana. Era una mobilitazione molto ampia: ordini professionali, sindacati, banche, associazioni, cittadini e la Chiesa. Un movimento diffuso che esprimeva il bisogno di creare opportunità in un territorio segnato dall’emigrazione e dalla necessità di trattenere competenze».

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Poi arriva la scossa del 6 maggio. Cosa succede?

«Dopo il terremoto sembrava che tutto dovesse fermarsi. La priorità era liberare le macerie, dare assistenza, mettere in sicurezza. In realtà accadde qualcosa di diverso: proprio dalle tendopoli arrivò la richiesta di continuare. Si recuperarono i registri delle firme, si riprese la raccolta. È un passaggio molto significativo, perché indica che la ricostruzione veniva intesa non solo in senso materiale, ma anche come costruzione di futuro, come scelta consapevole di investire sulla crescita del territorio».

È qui che nasce il modello Friuli?

«Sì, perché si afferma una modalità precisa. Io la sintetizzerei in tre parole: consapevolezza, partecipazione e guida. Consapevolezza della propria identità, partecipazione diffusa della comunità e presenza di figure capaci di orientare il percorso. In quel momento le persone si chiedevano come costruire il futuro e volevano essere parte attiva di quel processo, non subirlo».

Che ruolo ha avuto l’Università per lo sviluppo del territorio?

«Fondamentale. Ha permesso ai giovani di formarsi qui, evitando di dover partire, ma ha anche portato ricerca, relazioni e apertura. Un ateneo è radicato nel territorio ma allo stesso tempo è collegato al mondo, e questo ha contribuito a cambiare il volto del Friuli, anche dal punto di vista sociale ed economico, creando nuove prospettive».

Lei allora era un ragazzo: che clima si respirava?

«Era un clima molto intenso. Io frequentavo il liceo classico e partecipavo alle attività del Comitato: facevo volantinaggio, raccolta firme, mi occupavo della segreteria insieme ad altri ragazzi, nel pomeriggio dopo la scuola. C’era anche una radio in cui ogni tanto intervenivamo. Per un sedicenne era un’esperienza entusiasmante: avevi la sensazione di costruire qualcosa, con pazienza e impegno, insieme ad altri».

Che ricordo ha di quel 6 maggio del 1976?

«È un ricordo molto vivido. Abitavo in via Leopardi, al quinto piano, e stavo studiando latino. Ricordo la prima scossa, uscimmo in terrazza a vedere cosa stava succedendo, poi rientrai e mi rimisi a studiare. Poco dopo arrivò la scossa più forte: un momento lunghissimo, drammatico, in cui hai davvero la sensazione che tutto possa crollare. Quando uscimmo in strada c’era una scena impressionante: persone vestite nei modi più diversi, chi era in casa, chi in bagno, tutti smarriti. Nei giorni successivi non dormivamo più in casa, io dormivo in un garage da parenti. Ma allo stesso tempo iniziò subito l’impegno: con la parrocchia del Carmine si partiva la mattina con le camionette per andare nelle zone colpite, a spostare macerie e aiutare. È stata una stagione durissima, segnata anche dalle scosse successive, ma anche molto formativa, perché si sentiva forte il dovere di partecipare e di dare il proprio contributo».

Sono passati 50 anni e tante altre sfide tra cui il Covid. Ma tutto torna al terremoto come metro di paragone. Come mai? E Che lezione lascia oggi quell’esperienza?

«Il sisma del ’76 ha lasciato l’idea che, per il bene della comunità intera, si possono raggiungere obiettivi importanti. Servono determinazione, partecipazione e capacità di non arrendersi. È un insegnamento che mi porto ancora dietro».

Ieri, oggi: molti suoi studenti calpestano i pavimenti costruiti su quell’idea di futuro che i ragazzi del 1976 hanno contribuito a creare. Da studente dell’epoca ma soprattutto da professore ora cosa direbbe a uno di loro?

«Non abbiate paura di sognare, ma fatelo in modo concreto. Perché, anche se qualcosa sembra difficile da costruire, e durante il post terremoto molte cose erano complesse da gestire, io credo che con pazienza e impegno tutto possa realizzarsi».

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