Terremoto, gli alpini ricostruirono scuole e case in tutto il Friuli

UDINE. «Sull’attenti, alpini in congedo, ecco l’ordine del presidente: adunata in favore della gente, della gente del nostro Friul. Adunata, ma senza fanfare: basterà quel magnifico coro che farem con gli attrezzi al lavoro per la gente del nostro Friul».
Per gli alpini l’aiuto ai terremotati – come recita la poesia di Nilo Pes reduce recentemente “andato avanti” – fu un’adunata fuori ordinanza. Il presidente dell’Ana nazionale Franco Bertagnolli si recò in Friuli, constatando la gravità della situazione.
Propose al consiglio nazionale, che approvò subito, l’istituzione di10 cantieri di lavoro gestiti dall’associazione. Contemporaneo fu lo schieramento di vigili del fuoco e dei militari.
Vennero avviati i cantieri e lanciata la chiamata collettiva. Recitava il manifesto: «Una mano ai terremotati, alpini e amici degli alpini. Iscrivetevi alle vacanze lavoro al cantiere Ana».
Tale operazione fu definita «delirante» da un parlamentare: «Non sapeva con che razza di gente aveva a che fare e, infatti, si ricredette subito». A Pinzano aveva sede il cantiere 10, dove operavano gli alpini delle sezioni di Pordenone, Conegliano, Imperia, Savona, Treviso, Valdagno e Vittorio Veneto. I volontari lavorarono tutti i giorni, weekend compresi, dal 14 giugno al 16 settembre.
Le penne nere impiegate al cantiere 10 furono 1.061, le giornate di presenza 6 mila 893, le ore di lavoro 53 mila 824; autocarri e camioncini percorsero 54 mila chilometri. Gli alpini ristrutturarono 383 case, tra cui 129 a Pinzano, 94 a Valeriano, 23 a Casiacco, 16 a Meduno, 12 ad Anduins e Lestans, 11 a Vito d’Asio.
Tra i volontari, il pordenonese Carlo Scaramuzza, allora venticinquenne neolaureato in medicina, figlio di Guido, valoroso alpino con la divisione Julia in Russia e storico presidente della sezione Ana.
«Attraverso la radio – ricorda nella rivista Eventi, settembre 2006 – è stata diramata la convocazione dei volontari del soccorso alpino. Chi era disponibile doveva trovarsi a mezzanotte, tre ore dopo la scossa, in piazza del Popolo.
Come medico mi sentivo in dovere di partire. Il primo giorno abbiamo scavato con le mani e tirato fuori morti a Cornino. I giorni successivi ispezionai, con l’elicottero, i casolari delle nostre montagne. Ne ricordo uno con stalla dove un uomo era sopravvissuto, la moglie era morta, la loro mucca ferita. Era disperato per l’unica cosa che gli era rimasta e che rischiava di perdere: la mucca».
L’alpino pordenonese Primo Maniero, oggi 85enne, fu tra i primi volontari ad accorrere nelle zone terremotate.
«La sera del 6 maggio ero a casa. Dopo la scossa – accompagnata da un sinistro brontolio, da vetri rotti e mancanza della luce – misi al sicuro la mia famiglia nell’auto, in giardino. Poi recuperai un’anziana che viveva sola. Quindi alla casa di riposo Umberto I, in piazza della Motta, a rassicurare gli ospiti».
La mattina dopo si presentò in banca, dove lavorava. «Oggi ferie: quelli sotto le macerie hanno priorità su soldi e pratiche». Il capoufficio minacciò di recapitargli una lettera di biasimo.
«Bene – risposte –. C’è qualcun altro che viene con me? Partimmo in 8, compresi i miei figli Patrizio e Fabio, che allora avevano 20 e 18 anni. A Osoppo aiutammo i militari dell’Ariete: estraemmo dalle macerie il figlio del farmacista, ancora vivo».
Il cantiere degli alpini si trovava alla periferia di Pinzano. «Scaricavo, con Mino Cipolat Gotet e Renzo Visentin di Aviano, sacchi da 50 chili di cemento. Con noi c’erano il direttore dell’ufficio annonario di Ventimiglia Dario Canavese, Agostino Agosti di Pordenone, Massimino Marfisi, pretore a L’Aquila».
Costruirono una chiesetta, un box rivestito, a Valeriano, dove don Enrico Todesco celebrava battesimi, funerali e messe domenicali: «Per la croce utilizzammo due pali della luce in cemento. I preti furono fondamentali nella ricostruzione morale e materiale: don Alceo Ius, Mario Carlon, Emanuele Candido, per citarne solo alcuni.

Da Pordenone partivano gruppi di universitari che nei fine settimana aiutavano i terremotati». Per il soccorso prestato l’Ana ricevette la medaglia d’oro al valor civile. «Gli alpini in congedo – recita la motivazione – si sono ancora una volta rivelati in possesso delle più elette doti di solidarietà e di generosa abnegazione, riscuotendo l’ammirazione e la gratitudine più ampie della Nazione».
Pochi giorni dopo il terremoto all’Ana di Pordenone cominciarono ad arrivare molte donazioni. Gli alpini decisero di non polverizzare gli interventi e di concentrarsi nella costruzione di una casa a Cavasso Nuovo. Iniziata il 10 ottobre 1977, fu consegnata nel luglio 1978.
«È il frutto di un anno di lavoro – disse l’allora presidente della sezione Mario Candotti –. Chiediamo venga assegnata a due famiglie terremotate, senza nulla in cambio. Il premio abbiamo già ricevuto nel piacere di aiutare gli altri».
Il Governo degli Usa assegnò 52 miliardi all’Ana. L’accordo con l’Agency for international development venne firmato a Udine. Costruirono centri residenziali per anziani a Buia, Magnano in Riviera, Majano, Osoppo, Pordenone, San Daniele e Villa Santina, e sei scuole ad Aviano, Cividale, Maniago, Sacile, San Pietro al Natisone e Spilimbergo.
«Gli americani si fidarono di noi e l’Ana restituì i soldi che erano avanzati», puntualizza con orgoglio l’attuale presidente nazionale degli alpini Sebastiano Favero.
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