Sotto i detriti a Majano:«Sentii morire mio marito volevo farla finita anch’io mi aggrappai alla vita»

Gabriella Gheno racconta come riuscì a formare la sua nuova famiglia. Venne estratta dalle macerie del condominio di Majano dopo 18 ore

La sera del 6 maggio il «sì» espresso da Gabriella Gheno cinque mesi prima si sbriciolò per sempre sotto le macerie del terremoto. La giovane donna aveva appena 23 anni e lavorava alla Solari. Abitava nel condominio Astra di Majano, l’edificio crollò a pezzi segnandola per sempre nell’animo e nel fisico.

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Fu estratta viva 18 ore dopo solo perché un vigile del fuoco disobbedì all’ordine del suo comandante. In quel buco nero, Gabriella avvertì l’ultimo respiro del marito. Voleva morire al fianco dell’uomo al quale aveva giurato amore eterno, ma la forza della vita non glielo consentì. La “costrinse” a rifarsi una famiglia anche se un destino crudele, molti anni dopo, le portò via un figlio.

Nella sua drammaticità, la storia di Gabriella è un insegnamento di vita. La sera del 6 maggio, la donna era nel suo nido d’amore assieme al marito e a una coppia di anziani zii. Associò il boato della prima scossa alla lavatrice in azione, «pensavo centrifugasse» racconta.

Uscirono, imboccarono le scale e videro i muri della scala spezzarsi. Caddero nel vuoto e una volta a terra «ho sentito i respiri affannosi di mio marito, poi più niente». Gabriella era bloccata la sotto, aveva un pezzo di trave o un gradino sopra la gamba e non riusciva a muoversi. Respirava polvere, aveva sete, sentiva odore di gas e le voci di una bambina che parlava con il nonno e i suoi genitori. «Come ti chiami - dissi - “Sara” mi rispose la piccola, fu lei a dirmi che si era trattato di un terremoto».

Gabriella sentiva il padre di Sara chiamare la figlia con un filo di voce, poi la voce divenne sempre più flebile fino a scomparire: era morto anche lui. Gabriella urlava, sperava di farsi sentire dai soccorritori, ma si accorse che le sue urla spaventavano Sara. A quel punto restò in silenzio, attese strappandosi le ciocche dei capelli per la disperazione.

«Quando non sentii più neppur la bambina capii che il terremoto se l’era portata via e iniziai nuovamente a urlare. Percepivo gli elicotteri, ma laggiù nessuno arrivava». Anche perché i soccorritori svizzeri con le sonde avevano detto: «Qui sono tutti morti». Gabriella invece era viva. Continuava a sentire odore di gas e sperava di addormentarsi per non svegliarsi mai più.

Sentì cadere i sassi che il vigile del fuoco, Remo Zanetti, muoveva anche se il suo comandante lo invitava a non farlo perché da lì sotto non arrivava alcun lamento. «Iniziai a urlare fino a quando una voce maschile disse “signora siamo noi”». Gabriella riferì al vigile del fuoco di essere l’unica superstite in quel buco dove era finita. Si trovava tra i contatori e la caldaia di quel che restava del condominio.

Arrivarono i medici le misero a disposizione l’ossigeno, ma quando la sollevarono la sua gamba rimase bloccata sotto il peso di quel blocco di cemento. Riuscirono a estrarla e a trasportarla in ospedale. «In pronto soccorso mi stesero sopra un tavolo lavato con uno straccio, arrivò mia sorella Marilla, la persona che rimase sempre al mio fianco, quando mi vide svenne».

Rimase in ospedale 40 giorni, i medici non esclusero l’amputazione della parte inferiore della gamba. Iniziò un lungo peregrinare tra gli ospedali Codivilla di Cortina e di Modena dove, l’anno dopo, fu sottoposta al trapianto del tendine tibiale.

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Rimessa in piedi, Gabriella tornò nella casa dei genitori a Feletto. Il suo cuore e il suo spirito erano a pezzi. Pensava ad Alido e non vedeva futuro. Alla fine del 1977 riprese a lavorare: «Lo staff della Solari mi diede una grossa mano. Mi pagò parte delle spese per la riabilitazione e mi venne incontro anche per farmi avvertire meno la disabilità».

Nessun aiuto, però, poteva alleviare il dolore interiore. «Spesso chiedevo un’ora di permesso al lavoro, mentre a mia madre dicevo che facevo un’ora di straordinario, per andare sulla tomba di mio marito, nel cimitero di Mels. Andavo là a piangere e a invocare la morte». Ma la morte non arrivò.

Un anno e mezzo dopo il terremoto Gabriella sognò Alido: «“Troverai un uomo - mi disse - che ti vorrà bene come me”. Un mese più tardi conobbi Umberto Tomba, il mio attuale compagno che mi fece da padre, da psicologo e da marito». Umberto aveva un figlio e Gabriella lo accudì come se fosse suo, «per il suo bene diventai amica della madre».

Qualche anno dopo Gabriella mise al modo due figli suoi, Gabriele e Arianna. Ma una domenica di sole il destino si portò via per sempre Gabriele e quel dolore è ancora troppo presente nella vita di Gabriella che ammette: «Di fronte a certe assenze solo la forza della vita ti costringe ad andare avanti».

Le restano i ricordi di Alido, il marito che non ha mai dimenticato, e di Gabriele, il figlio che ha cercato, amato e perso e che continua a immaginare come se fosse ancora accanto a lei. Oltre al vuoto intorno, il terremoto le ha lasciato la paura dei rumori poco noti e l’incapacità di stare in un luogo chiuso. Oggi Gabriella vive in una villetta a Pradamano con Umberto, racconta la sua storia e si emoziona.

 

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