Il terremoto distrusse le aule: la scuola su quattro ruote delle suore di Villa Santina

Nel 1976 a Villa Santina un gruppo di suore tenne testa alla paura del terremoto e realizzò un piccolo capolavoro di tenacia e amore: una scuola materna su quattro ruote. Il loro istituto, dove 30 bambini frequentavano la scuola materna, era stato danneggiato dal sisma di maggio e reso del tutto inagibile dopo le scosse di settembre. Piuttosto che rassegnarsi e privare i bambini del conforto di quella importante quotidianità, 15 suore, guidate da Madre Agnese Bracciolani, improvvisarono per qualche mese una scuola dentro due autobus.
L'Orcolat non aveva avuto riguardo per le vite di tanti bambini, tantomeno ne ebbe per le aule dove trascorrevano le mattine tra giochi, le prime lettere sui quaderni, le grida e i pianti. Il comune di Torino aveva messo a disposizione dell'allora sindaco di Villa Santina, Sergio Giatti, due mezzi per il trasporto scolastico. La volontà e l'ingegno delle suore li trasformarono in due aule efficienti dove imparare e divertirsi.
«A noi stava a cuore riprendere l'attività pedagogica», ricorda suor Teresa Miconi, allora braccio destro di madre Agnese e ancora oggi all'Istituto. «Unimmo i due bus come fossero due casette, connesse da una tettoia in legno - racconta - realizzata per noi da un falegname per ripararsi dalle piogge. Smontammo tutti i sedili, pulimmo la nafta. Due giorni di lavoro incessante, a contatto con lisoformio e varichina le maniche delle nostre vesti erano da gettare via».
Dopo i lavori vennero fuori due 'stanze' perfettamente attrezzate. Dentro una stufa a legna, che scaricava i fumi fuori da un finestrino adattato da alcuni artigiani volontari, tavolini, sedie e giocattoli. In un autobus si stava seduti a far lezione e disegnare, nell'altro si giocava: girotondi, piccole corsette e la mensa quando era ora. «I bambini erano pazzi di gioia - continua suor Teresa - e noi, seppur sfinite perché ogni mattina dovevamo svegliarci prima dell'alba per riscaldare gli ambienti, eravamo orgogliose di poter fare qualcosa perché ritrovassero la serenità».
La paura non era facile da scacciare. Di fronte alla scuola troneggiava minacciosa la montagna: a ogni sobbalzo della terra, frequentissimi in quei mesi, i muscoli scattavano. «Venivano sempre giù pietre, sembrava come se dei camion scaricassero tonnellate di ghiaia», rievoca suor Teresa. Bisognava però mantenere la tranquillità di fronte ai piccoli, che avevano diritto di ritrovare la spensieratezza dell'infanzia.
«Uno dei piccoli, Edi si chiamava - dice divertita suor Teresa - non voleva entrare nella tenda che avevamo messo a disposizione dei più piccoli per il riposino dopo pranzo. 'Non voglio una casa di pecjots', diceva, e per convincerlo abbiamo dovuto portare di tutto là dentro, persino un giradischi».

La forza d'animo di quel gruppo di suore fu encomiabile. La prima scossa le sorprese mentre portavano a riposare le ragazze che ospitavano, orfane o provenienti da situazioni familiari dolorose. «Dormimmo per sei mesi nelle tende - racconta suor Teresa - sentivamo le talpe scavare sotto. Le prime dieci notti dopo il 6 maggio le passammo con madre Agnese dentro la 850 dell'istituto, io con la testa appoggiata al volante, pronta a scappare in caso di scossa". Ogni notte alle due, una coperta per uno sulle spalle, si svegliavano e giravano per il paese. «Trovavamo le persone infreddolite, sedute sugli scalini a piangere o a girovagare smarrite. Portavamo il nostro conforto, per quanto possibile».
Un pensiero commosso va al sindaco Giatti, «che Dio lo benedica!". Durante il periodo nella tendopoli il primo cittadino scherzava con le suore: «Si appostava dietro le tende - racconta ridendo suor Teresa - e ci tirava dei sassolini sulla tela per farci spaventare. Appena ci alzavamo allarmate una bella risata liberatoria ci annunciava che era lui che ci prendeva in giro».
«In qualche modo fu un periodo incredibile, non vidi mai la gente così affratellata, così solidale con i propri simili. Fu un momento straordinariamente arricchente, così umano», conclude con la voce infragilita dall'emozione nel ricordare un momento così duro e importante per la vita di un gruppo di persone che si scoprì comunità di fronte alla tragedia.
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