Dai ciclisti che pedalavano tra le macerie al calcio, passando per l’atletica: il Friuli rinato dopo il terremoto anche grazie allo sport

Nel docufilm realizzato dalla Rai l’epopea di quegli anni post terremoto. Autore il giornalista friulano Franco Bortuzzo che raccontò Bottecchia

Antonio Simeoli
Una storica immagine del Giro d’Italia fra le macerie a Gemona nel 1977
Una storica immagine del Giro d’Italia fra le macerie a Gemona nel 1977

Distruzione, lutti e rinascita, anche grazie allo sport. Sì, accadde anche questo mezzo secolo fa in Friuli dopo le due terribili ondate di scosse che lo sconvolsero.

Accadde anche questo, meravigliosamente lo sport fu traino della ricostruzione, accompagnò i friulani nella rinascita dando origine a una vera e propria primavera sportiva. Irripetibile. Tutto questo lo racconta il docufilm realizzato dalla Rai dal titolo appunto “Friuli 1976, lo sport e la rinascita”.

A realizzarlo il giornalista friulano Franco Bortuzzo, che dopo aver omaggiato con un docufilm Bottecchia, in occasione del centenario della prima maglia gialla di un italiano due anni fa nell’anno in cui il Tour de France per la prima volta partì dall’Italia e la leggendaria saga di Ernesto Colnago, accende una luce sul Friuli del dopo terremoto.

Bortuzzo nei primi anni di carriera in breve diventò alla fine dello scorso Millennio una delle voci della Formula 1 riuscendo a intercettare i trionfi di Michael Schumacher con la Ferrari prima che la tv a pagamento si prendesse i diritti del Circus. Poi il giornalista spilimberghese si è fiondato alla sua prima passione, il ciclismo. Da anni è coordinatore giornalistico e inviato al Giro d’Italia e nelle grandi corse, solo domenica, per dare un’idea, commentava in diretta la Liegi Bastogne Liegi dell’ennesimo assolo di Pogacar.

Felice Gimondi si rifocilla a Gemona, al ristorante da Willy, al Giro D'Italia 1977
Felice Gimondi si rifocilla a Gemona, al ristorante da Willy, al Giro D'Italia 1977

E non poteva che partire dal ciclismo il racconto del Friuli che rinasce, anche grazie allo sport. Si sa, al Giro del Friuli del 1976, era la metà di settembre, i corridori a Pordenone ebbero un incontro ravvicinato con le scosse. Se ancora lo chiedi a Francesco Moser o Giambattista Baronchelli di raccontare quei momenti sembra una cosa che gli sia accaduta ieri. Così Vincenzo Torriani, patron della corsa rosa, nell’edizione 1977 riuscì a piazzare una doppia semitappa in Friuli, partenza da Trieste e arrivo a Gemona in via Dante, tra le macerie, al massimo tre ore di riposo con attorno ancora distruzione ovunque e poi ripartenza verso il Veneto. Vinse il belga Demeyer quella semitappa in volata, la Rai ha un patrimonio incredibile di immagini storiche che valgono tre quarti del lavoro di Bortuzzo.

Il resto è appassionata ricerca. Il Giro d’Italia omaggia, l’associazione italiana calciatori raccoglie. Soldi per i terremotati, come fece il mondo dei motori. «Nacque la Corsa per il Friuli ricorda Bortuzzo – l’Aci Sport Friuli, in collaborazione con la rivista Autosprint e con l’aiuto di Arturo Merzario, organizzarono, a fine maggio 1976, una gara a Varano de’ Melegari provincia di Parma nella quale buona parte dei piloti di Formula Uno gareggiò con due soli tipi di auto, Alfasud e Fiat 131 Abarth, cosa impensabile al giorno d’oggi, per raccogliere fondi che serviranno a costruire un asilo intitolato a Graham Hill a Lusevera alla presenza della vedova Betty ».

Che storie meravigliose. Come quella della costruzione del nuovo stadio di Udine, che si chiama Friuli proprio per omaggiare quel periodo fatto di lutti, ricordi struggenti, fatica, notti insonni per la paura di non farcela, ma anche una eccitazione collettiva per vedere la propria terra rinascere.

L'allenatore Giacomini portato in trionfo dalla "sua" Udinese
L'allenatore Giacomini portato in trionfo dalla "sua" Udinese

 

Lo stadio venne completato a tempo di record proprio nell’anno del terremoto, l’Udinese era in Serie C e nel settembre del 1976 batté il Seregno nella prima dello stadio. Con la gente che aveva la casa distrutta, viveva in tende e i più fortunati già baracche, eppure raggiungeva i Rizzi per stare vicino alla propria squadra. Quel giorno la terra tremò ancora, proprio mentre i bianconeri erano in campo. E non è un caso se nel 1977-1978 l’Udinese, con alla guida un gigante della storia dello sport friulano come mister Massimo Giacomini, planò in serie B con i gol del bomber Ulivieri. Fu la vittoria di una squadra granitica spinta da un popolo che non si accontentò d’un salto e l’anno successivo fece anche quello in Serie A. Indimenticabile.

È un caso se nel giugno 1983, nel Friuli che stava intravedendo la luce in fondo al tunnel, nella piccola Udinese, ma di proprietà di un colosso come la Zanussi, all’epoca la seconda azienda privata in Italia dopo la Fiat, planò un certo Zico?

Nel suo intenso docufilm di un’ora, però, Bortuzzo non dimentica gli altri sport. Lo scudetto juniores del basket della Snaidero di quel gran giocatore che poi sarebbe diventato Giampiero Savio. Con in panchina un altro fuoriclasse dello sport friulano come il professor Flavio Pressacco. Partirono in maggio con il Friuli dilaniato, tornarono con un tricolore del riscatto, della speranza.Come l’accoppiata leggendaria d’un altro grande come il carnico Venanzio Ortis, cugino dei Di Centa, che arriveranno dopo e vinceranno tanto sulla neve, agli Europei di Praga 1978. Cinquemila metri e 10 mila a pochi giorni di distanza, con un propulsore in più nelle gambe come la voglia di riscatto del suo popolo. «Come la storia della judoka Laura De Toma – continua Bortuzzo – a maggio perse la casa ad Osoppo, distrutta dalla scossa e a dicembre 1976 vinse il titolo europeo a Vienna».

Chiusura: è un caso se Buja, uno dei centri più colpiti anche in termini di lutti, sia diventato in questo mezzo secolo l’ombelico del mondo del ciclismo friulano (e italiano)? No, anche i Milan padre e figli (Flavio, Jonathan e Matteo), Alessandro De Marchi o la ciclocrossista di Majano Sara Casasola e tanti altri talenti emersi in questi anni in quelle zone di collina, sono figli di quella sofferenza e di quella rinascita.

O che nel Gemonese sia nato negli ultimi 15 anni un progetto come Sportland con testimonial d’eccezione?

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