Cinquant’anni dal sisma, a Gemona i ricordi dei friulani: «Temevo che non avrei più rivisto mia madre»

I fedeli che hanno partecipato alla liturgia di commemorazione delle vittime raccontano l’Orcolat: «Non ci fu tempo per la disperazione»

Chiara Dalmasso, Maura Delle Case, Viviana Zamarian
I fedeli a Gemona per la messa alla caserma Goi Pantanali (Foto Petrussi)
I fedeli a Gemona per la messa alla caserma Goi Pantanali (Foto Petrussi)

C’è chi quel 6 maggio del 1976 era poco più di una bambina, chi aveva già l’età e il ruolo per aiutare. C’è chi era a Gemona, nel pieno della devastazione, chi il sisma lo ha vissuto a distanza, comprendendo solo in un secondo momento la portata di quella tragedia immane.

Tra i circa 5 mila fedeli che hanno partecipato alla messa di commemorazione delle vittime dell’Orcolat, alla caserma Goi Pantanali di Gemona, in molti hanno voluto raccontare il proprio ricordo del terremoto, in una giornata segnata dall’omaggio e dalla preghiera. Ecco alcune delle testimonianze:

Francesca da Gemona: “Temevo non avrei più rivisto mia madre”

La gemonese Francesca Cargnelutti aveva 11 anni il 6 maggio del 1976. Stava per andare a dormire, in Stalis, come tanti alle 9 di sera. “Mio padre invece si era appena alzato perché doveva iniziare il turno delle 22 alle Manifatture. Mia mamma a quella stessa ora finiva il suo, di turno, e doveva rientrare a casa. Sono stati momenti terribili. Pensavo non l’avrei più vista”. Lasciata la ragazzina con la sorella a una vicina di casa, il padre si avvia a piedi tra le macerie verso la fabbrica e incontra la moglie in centro. “Era scalza e spaventata. Avrva camminato tra le macerie e i morti, temeva di non vederci mai più. Invece ce l’abbiamo fatta” ha ricordato oggi Cargnelutti durante le celebrazioni alla Caserma Goi Pantanali.

 

Daniele di Sant'Andrea del Cormor: "Quando ci fu il terremoto ero in chiesa per il rosario"

Daniele Cavedale, di Sant'Andrea del Cormor, aveva 10 anni quando ci fu il terremoto: "Ero in chiesa, per il rosario, e improvvisamente iniziò a muoversi un vaso. Il parroco sgridò un giovane chierichetto, pensando che stesse soffiando sui fiori per scherzo".

Matilde da Artegna, 20 anni: “Abbiamo imparato il significato del terremoto dai nonni”

“Quello di oggi é un evento importantissimo, anche per noi giovani, anche se non c’eravamo: abbiamo imparato cosa è significato il terremoto per il Friuli dai racconti dei nostri nonni e dei nostri genitori”. Lo ha detto Matilde Pellegrini, 20enne di Artegna, oggi alla Goi Panfanali insieme alla zia e alla mamma Ilaria che seduta di fianco a lei racconta: “Avevo sette anni ma ricordo tutto. Stavamo andando a dormire dopo Carosello. Quando è arrivata la scossa ci siamo ritrovati sulle scale. Non dimenticherò mai le parole di mia nonna che ci ripeteva: Preait. E poi il coraggio di mia madre che subito dopo rientrò in casa per prendere il cappotto a noi piccoli e qualcosa di forte da bere per scuotere gli anziani, smarriti, che stavano in strada”.

 

Ziani (Ana di Udine): "Nel 1976 durante i soccorsi rimasi tre giorni senza dormire"

"Per noi è un orgoglio essere qui oggi" riferisce il coordinatore della Protezione civile dell'Ana di Udine Luigi Ziani. "È senso del dovere, è memoria. Io alla Pantanali arrivai il 7 maggio del 1976 per dare una mano ai soccorsi. Ci rimasi tre giorni senza chiudere occhio e bevendo solo caffè. Sono immagini che restano indelebili".

Giovanni e Alessandro in Friuli per il servizio militare: “Il sisma ci ha legato a questa terra”

Giovanni Rizzo e Alessandro D'Amore: entrambi pugliesi, della provincia di Bari, nel 1976 erano in Friuli per svolgere il servizio militare, rispettivamente a Venzone il primo e a Gemona, alla Goi Pantanali, il secondo. "Di quei giorni ricordiamo tutto - raccontano - tirare fuori i morti, aiutare i vivi, un'esperienza che ci ha temprato e legato a questa terra in modo indissolubile". D'Amore, in particolare, fu tra i superstiti della Goi Pantanali, e perse 29 colleghi: "Li ho visti sotto le macerie, morti, ma non ci fu tempo per la disperazione. Ci mettemmo subito al lavoro per tirarli fuori e accogliemmo i profughi in ciò che restava della caserma".

 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto