Fasìn di bessôi: dopo il 6 maggio del 1976 nulla in Friuli fu come prima

Dal no di Zamberletti a Rockefeller all'appello di Battisti "prima le fabbriche": storia di un popolo che rifiutò la città satellite per rinascere esattamente com'era.

L’elicottero che l’avrebbe portato sopra le macerie imboccò un lontano corridoio di sicurezza per scongiurare il pericolo di nuovi crolli provocati dal vortice delle pale e di colpo si trovò a sorvolare l’incanto della pianura verdeggiante di maggio che incastona Palmanova.

Fu allora che nell’animo di Nelson Rockefeller, al tempo vicepresidente degli Stati Uniti, maturò la proposta di aiutare il Friuli a rinascere in una grande città satellite da collocare proprio laggiú, una fitta rete di centri e arterie come ce li si immagina soltanto nei telefilm.

L’America avrebbe aiutato con la generosità di quando era guida certa del mondo. Toccò al destinatario di quella promessa, Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario nei giorni del terremoto, prima di tutti i friulani, trarre in quell’esatto momento la constatazione che nulla sarebbe stato piú come prima.

Dietro un garbato rifiuto, accompagnato da altri suggerimenti propri di chi aveva già colto lo spirito di un popolo votato a rinascere dov’era sempre vissuto, esattamente com’era, si palesò lo smarrimento che avrebbe a lungo consumato una tenace coscienza collettiva.

Il 6 maggio del 1976 e ciò che in poco piú di un decennio il Friuli riuscí a fare con il concorso di tutti furono proprio una morte e una resurrezione.

«Il terremoto ha rotto le case, ha distrutto un patrimonio d’arte immenso, ha spento vite preziose, ma ha rivelato un’anima» scrisse Vittorino Meloni, in quegli anni direttore del Messaggero Veneto, testimoniando l’epopea della ricostruzione.

Un tempo scandito da alcune parole chiave divenute precetti dell’essere friulani. Su tutte l’orgoglioso “di bessoi”, da soli, spinta atavica, quasi genetica, a rimettersi in piedi con la forza che è rimasta, senza fare sconti a se stessi.

Senza pianti, come l’Italia avrebbe scoperto assieme a uno spaesato Gianni Minà, mandato quassú a ferite appena inferte e incredulo di fronte alla risposta di una giovane donna senza lacrime che al microfono già pianificava l’uscita dalle macerie.

«Sono sbalorditi i fotografi di non trovare qui del pathos strappalacrime: è la prova che non conoscono i friulani» registrava ancora Meloni.

Da soli, prima che con il concorso della nazione e del mondo. Un po’ anche perché nella paura era spuntato il coraggio di crescere socialmente e di cogliere il risultato piú prezioso, l’università, il suggello alla ricostruzione non solo materiale.

Paura e coraggio di far valere ragioni anche lontane e inascoltate, con la forza di una generazione di sindaci capaci di fare, fare bene e presto che quasi intimidí il governo e lo indusse a delegare le scelte e le decisioni, come non ci nascose il presidente della giunta regionale di allora, Antonio Comelli.

Raccontando, anni dopo, le concitate ore che a Roma precedettero la nascita della figura del funzionario delegato cucita addosso a una pattuglia di primi cittadini senza paura, egli confidò di essersi reso latore di un messaggio accorato che informava delle attese friulane, non delle pretese, raccomandando vivamente di non eluderle. Come a voler riallineare il Paese su valori e volontà ormai estranei al suo cuore e appannaggio dell’estrema periferia della nazione.

“Di bessoi” fu un formidabile propulsore di energia collettiva «che in Italia, dal ’76 a oggi, non ricordo si sia piú ripetuto», annota quasi incredulo un giovane vicepresidente di Confindustria, Roberto Contessi; e gli fa dire che «in questi anni bui le istituzioni e i cittadini dovrebbero imparare dal Friuli a dare ancora il meglio».

In anticipo sulla predicazione francescana di Bergoglio, capace di andare incontro anche alle speranze dei non credenti, allora ci fu il buon esempio della Chiesa friulana.

Storicamente un po’ a sé, molto in sintonia con il sentimento generale di popolo, seppe anteporre le emergenze della ricostruzione codificando il suo apporto nell’appello dell’arcivescovo Alfredo Battisti: «Prima le fabbriche, poi le case» e buone ultime le chiese, pur depositarie di fede e bellezza artistica plurisecolare.

Del Friuli “com’era dov’era” si è detto ricordando l’idea di città satellite tanto cara a certa architettura fine anni Settanta. Andò diversamente, per fortuna: niente quartieri dormitorio di paesi “deportati”: si ricostruí per quanto possibile la fisionomia dei luoghi originari con appalti accorpati per grandi lotti.

E quel “com’era dov’era” divenne il “modello Friuli”, un brevetto inimitabile che ha portato con sé un altro contributo alla nazione: la nascita della Protezione civile come non era e non sarebbe senza l’esempio friulano.

Ma la parola d’ordine della ricostruzione è stata “il Friuli ringrazia e non dimentica” che è ciò che veramente resta scolpito nella memoria collettiva. Un popolo che è andato a lavorare per il mondo costruendo la Transiberiana e la metropolitana di New York conserva e trasmette il ricordo della solidarietà ricevuta.

Eppure c’è sempre qualcosa che rischia l’oblío. C’è la fatica di Luciana Marioni Bros, quella che non si vede in uno storico scatto di Riccardo Viola in San Francesco a Udine, dove furono accatastati i tesori d’arte risparmiati dal sisma. Ma lei era dietro quei capolavori, intenta all’opera di salvataggio e a porre le basi per far nascere la scuola di restauro.

C’è l’intraprendenza di Mario Micossi, il pittore di Artegna trasmigrato in California, che convinse grandi artisti come de Kooning e Christo a donare centoquindici opere al Friuli: oggi a Casa Cavazzini formano la invidiabile collezione Friam salvata dall’intuito dell’allora sindaco Angelo Candolini.

E c’è la capacità di convincimento che il generale della Julia, Mario Rossi, esercitò sui terremotati costretti all’esodo dopo le nuove scosse di settembre. Quando arrivò l’Esercito per trasferirli in luoghi sicuri sulla costa, ci fu chi non volle partire. Allora Zamberletti si appellò a Rossi che mandò i suoi alpini. E i friulani salirono sulle corriere.

Nel Friuli che non è stato piú come prima c’è infine chi è cresciuto con il messaggio della rinascita e ne è il depositario.

A Gemona, la capitale del terremoto, studenti del Magrini Marchetti sono andati alla ricerca dei luoghi perduti per dare un senso a questa trasfigurazione morfologica e delle coscienze.

Mattia Scinto ne ha tratto l’immagine di una guerra senza vincitori, il cui ricordo non è stato rimosso, anzi è divenuto memoria anche in chi non ha fronteggiato la tragedia, come ha testimoniato Matteo Barbina cogliendo la paura negli occhi dei suoi genitori a ogni tremolío provocato dal passaggio dei treni accanto alla casa nuova e sicura, come fosse ancora il tempo delle scosse: «Io non l’ho vissuto, ma è parte di tutti noi».

La violenza del sisma ha cancellato la Gemona di quarant’anni fa ben piú di quanto avesse fatto la Seconda guerra mondiale trent’anni prima. Allora il paesaggio era rimasto immutato, il 6 maggio ne dissolse una parte.

Chiara De Colle ha sentito su di sé lo spirito di una comunità che non si è pianta addosso, si è rimboccata le maniche e si è risollevata. E tutti indistintamente hanno avvertito quella tragedia in funzione del tempo, perché con allora c’è stato un prima e un dopo, oscillazione inesorabile del pendolo della vita in una comunità.

Ma riandando alla Gemona che non è piú, con l’aiuto dei professori Flavia Valerio, Angelo Floramo, Paolo Marsich e Alberto Vidon, per questi ragazzi c’è stata pure una sorpresa inaspettata.

Osservando le rilevazioni aeree degli insediamenti nella piana meno danneggiata dal sisma, è stato possibile constatare che il terremoto fu l’acceleratore di una crescita cominciata ben prima con la migrazione di ritorno favorita dallo sviluppo economico dell’area industriale di Rivoli di Osoppo.

«La comunità si ricompose e cominciò a crescere nei tre anni precedenti la tragedia».

L’ultimo impegno è stato la ricerca di segni tangibili di gratitudine per la solidarietà ricevuta. Ma i ragazzi non hanno trovato intitolazioni di vie, o meste lapidi: su quelle strade sono tornati gli antichi toponimi, necessari a ricostruire la memoria. La gratitudine dei friulani si è manifestata in qualcosa di vivo, che mira al cuore: un crescendo di gemellaggi.

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