L'Orcolat e il coronavirus: i due "mostri" che hanno sfidato l'anima del Friuli

Riflessione a 44 anni dal sisma: dai ballatoi di legno distrutti nel '76 alla solitudine della pandemia. Storia di un popolo che scava a mani nude per difendere i propri simboli e la propria dignità

Paolo Mosanghini

 

Sono passati 44 anni dal terremoto in Friuli. Un tempo lunghissimo che non ne ha cancellato il ricordo.

Sono le 21 di una calda sera di maggio. Un rumore pari al rombo di decine di aerei precede la scossa. La terra trema, tremano le case, ci si precipita in strada. La gente chiama i propri familiari. Le voci si sovrappongono, ci si cerca.

La scossa durò 57 secondi sbriciolando interi centri abitati, 90.000 case furono distrutte o gravemente lesionate. In breve il buio fu completo. Non c’era corrente elettrica, si lavorava spinti dalla disperazione ma sostenuti dalla speranza. Le cronache furono le stesse per ogni luogo.

Pre Checo Placereani, a Montenars, scavava a mani nude nel tentativo di salvare qualche vita. Il suo paese era rimasto isolato, non potevano sperare negli aiuti. Dovevano fare da soli. Le sue grida chiamavano a raccolta la comunità. Unici attrezzi, le mani. In ogni borgo, altri come lui scavavano nel tentativo di salvare un figlio, un genitore, un parente.

La terra era impazzita, aveva distrutto, aveva inghiottito molti corpi. Le preghiere non bastavano, chi aveva i propri cari tra le macerie, da quel disastro non si sarebbe più ripreso. Era l’Orcolat, l’Orco, un essere misterioso che la tradizione identifica in un enorme mostro. Porta distruzione da sempre e poi se ne torna al suo rifugio segreto tra le montagne della Carnia. Non si placa, da secoli è così, non sa cosa sia la pietà, continua la sua battaglia contro gli uomini colpendo a casaccio secondo umore.

L’Orcolat era venuto non solo a distruggere abitazioni, monumenti, castelli, chiese, torri millenarie, ma a prendersi le persone e, non contento, aveva gettato il seme di una distruzione a seguire: quella di una mentalità antica, un modo d’essere che resisteva, difeso da costruzioni che avevamo creduto eterne.

Quella notte, e in seguito a una seconda scossa avvenuta l’11 settembre, che avrebbe distrutto quanto intanto già riparato, l’Orcolat si portò via i ballatoi di legno dove si tenevano le pannocchie, i cortili coperti dalle viti dove la sera ci si incontrava per passare parola, i balconi fioriti, i centri storici. Derubò le persone dei loro simboli più veri. Il Friuli non dimentica, avremmo scritto sui muri a ringraziamento degli aiuti ricevuti.

Il Friuli avrebbe piegato la schiena e rimesso a posto le case dei suoi paesi in pochi anni, lasciando in ogni luogo colpito qualche maceria, un muro da finire, un sentiero interrotto. Sono il monito per non dimenticare i caduti, ma anche per ricordare quanta imprevedibilità ci circonda e quanto sia insignificante la nostra statura davanti alla potenza della natura.

Il Friuli non dimentica e in questi anni mai ci era capitato di associarlo ad una tragedia come quella che stiamo vivendo a causa di un pandemico virus. Il nostro pensiero si alza da ogni casa e una lacrima, o una preghiera, o un semplice pensiero va a chi ci ha lasciato in anticipo e a cui non abbiamo potuto dare un saluto perché questi due Orchi, non ce lo hanno lasciato fare. Il Friuli e il Paese intero non li dimenticherà.

 

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