Le cronache del terremoto diventano teatro: a Udine la storia del Friuli del 1976 attraverso le pagine del Messaggero

Domenica 19 luglio a palazzo Morpurgo la lezione-spettacolo di Valerio Marchi. Un viaggio tra foto d'epoca, musica e il passaggio di testimone alla nuova generazione

Anna Rosso
Valerio Marchi
Valerio Marchi

Alcune cronache che non smettono mai di parlare, anche quando gli anni passano. Domenica 19, alle 21, la Corte di palazzo Morpurgo a Udine ospiterà “Catastrofico terremoto in Friuli. La prima e le altre scosse nel racconto del Messaggero Veneto”, una lezione-spettacolo ideata e scritta dallo storico, saggista e drammaturgo Valerio Marchi.

L’iniziativa, a ingresso libero, è organizzata da Leali delle Notizie in collaborazione con il Messaggero Veneto nell’ambito delle celebrazioni per gli 80 anni del quotidiano e per il cinquantenario del terremoto del 1976. Lo spettacolo nasce da un lungo lavoro di ricerca tra centinaia di articoli pubblicati dal giornale nei mesi del sisma.

Quelle pagine diventano racconto teatrale grazie alla voce di Marchi, alle letture interpretate da sua figlia, Michela Marchi, che rappresenta simbolicamente il passaggio della memoria alle nuove generazioni, alle improvvisazioni del fisarmonicista Paolo Forte e a una ricca selezione di fotografie e prime pagine d’epoca. Un viaggio che ripercorre la tragedia, l’emergenza, la ricostruzione e il valore del giornalismo locale come punto di riferimento per una comunità ferita. L’autore ci ha raccontato come si è concretizzato il progetto.

Come si trasformano migliaia di articoli in uno spettacolo?

«Il rischio era realizzare qualcosa di troppo didascalico. Ho cercato invece di estrarre l’essenza di quei mesi: il dramma, la solidarietà, la rinascita, ma anche la qualità straordinaria delle cronache. Molti di quegli articoli sono scritti con una forza narrativa che ancora oggi emoziona».

Che cosa rivelano quelle pagine sul ruolo del giornalismo?

«In un mondo cambiato dai social e dall’intelligenza artificiale, resta insostituibile un giornalismo capace di essere serio, professionale e vicino alle persone. Rileggere il Messaggero Veneto del 1976 significa riscoprire un modo di raccontare i fatti che conserva ancora oggi un enorme valore».

Sul palco c’è anche sua figlia Michela. Perché questa scelta?

«All’inizio immaginavo un monologo, poi ho capito che serviva un a narrazione a due voci. Io il terremoto l’ho vissuto a sedici anni; coinvolgere una giovane significa trasformare lo spettacolo in un passaggio di testimone tra chi c’era e chi oggi deve custodire quella memoria»

Che ruolo hanno immagini e musica?

«Le fotografie sono indispensabili: raccontiamo un giornale e bisogna poterlo vedere. La fisarmonica di Paolo Forte, così legata alla tradizione friulana, accompagna i testi interpretandone le emozioni e crea intensi momenti di riflessione tra un capitolo e l’altro»

Qual è il messaggio più attuale del “modello Friuli”?

«Più che la resilienza, mi colpiscono la coesione e il senso di gratitudine. Il Friuli seppe reagire senza piangersi addosso, utilizzando gli aiuti con responsabilità. È una lezione che vale ancora oggi»

C’è un titolo del Messaggero Veneto che l’ha colpita più di tutti?

«Sì. “Non basta voler ricostruire il Friuli, bisogna mantenerlo anche vivo e unito”. Dice tutto: la ricostruzione non riguarda solo gli edifici, ma una comunità che sceglie di restare tale».

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