In cronaca a Pordenone: le confessioni di un giornalista tra "buchi" da prima pagina e clamorosi scivoloni
La conquista della provincia "invisibile" dominata dal Gazzettino. Il ricordo di 36 anni di nera prima di Internet: dal furto della fototessera in Questura alla disfatta del giallo risolto a Rovigo

«Guardi, le rispondo anche volentieri. Prima, però, le faccio io una domanda. “Che ci fa a Pordenone?”».
«In che senso, scusi? Ci sono nato, ci vivo, ci lavoro...»
«Ma non ha detto Messaggero Veneto?»
«Sì, sono un giornalista del Messaggero Veneto».
«È qui che non capisco. Ma non era Il Gazzettino a Pordenone, Messaggero Veneto a Udine e Il Piccolo a Trieste?».
Ecco. Noi del Messaggero (il Veneto scende di rado dalla parlata alla testata), a Pordenone, veniamo un po’ tutti da qui. Non da una città venuta su, come si diceva un tempo a Udine, a «pane, latte e Messaggero». Da un luogo in cui c’eravamo, sì («Guardi, in effetti sono anni che abbiamo una redazione in via...»), ma non così visibili. Avremmo dovuto urlare per farci notare. Fare rumore per fare notizia. Fare notizia per dare notizie.
Il problema era che il giornale che sfruttava la pancia, come si dice in gergo, era tradizionalmente un altro. Loro con le locandine gialle fluo, noi con quelle, più piccole, bianche con righe nere. Loro con tanti titoli a sei colonne, noi più moderati, friulani, con la mission di abbassare i toni e volare un po’ più in alto, senza per questo risultare più lontani. Una sfida non facile, insomma, ma quando parti, in una provincia, da un settimo delle copie vendute dal tuo concorrente e arrivi a diffonderne il doppio vuol dire, forse puoi pensare che un messaggio sei riuscito a trasmetterlo.
Giuseppe Ragogna, che ho avuto come caposervizio per anni, ha ripercorso in queste pagine la storia dell’edizione pordenonese del Messaggero Veneto. Guido Surza, collega prima a Pordenone e poi a Udine, vi ha narrato come dall’epoca dei fuorisacco siamo arrivati a quella dell’intelligenza artificiale. Posso aggiungere qualcosa che non troverete sui libri e difficilmente sentirete nei racconti. Non del manifatturiero che diventa la Capitale della cultura, nè di Mani pulite e nemmeno degli attentati di Unabomber. Vi parlerò di una vittoria e una sconfitta. Di un giorno felice e uno triste, giornalisticamente parlando. Due squarci quotidiani ripescati da 36 anni di lavoro. Alla maniera di una volta, senza internet e smartphone. Con i successi confinati nei sorrisi per poche ore e gli insuccessi a bruciare sulla pelle e nell’orgoglio per giorni.
Il giorno felice
Il reato di furto si prescrive in 6 anni, 15 con tutte le aggravanti possibili. Oggi posso, dunque, parlare sereno.
Siamo nel 1996, in redazione arriva la soffiata. «Omicidio a Cordenons». La vittima, italiana, ha il cognome identico al nome di un comune. Il presunto killer è un giovane straniero. Il tempo è poco, servono la ricostruzione dei fatti e le immagini. Già, ma dove trovarle le foto, senza app e profili social? Via in Questura. La posta al dirigente al comando delle indagini è fruttuosa. «Un minuto, chiedo un solo minuto...». Preso per sfinimento, fra l’audizione di un testimone e una serie di ordini abbaiati ai malcapitati tutto intorno, acconsente. Inizio con le domande, ma lo chiamano fuori stanza. È un attimo. Sulla scrivania c’è una fototessera, quella della vittima, fra decine di fogli. Nell’ufficio solo io. Sono ancora sufficientemente giovane per non rendermi conto del luogo in cui mi trovo e della cazzata che sto per fare. Arraffo la foto e me la metto in tasca. Lui rientra e risponde alle poche domande a cui può rispondere. Esco e torno al giornale. Abbiamo il volto della vittima, non dico come. Buco, come si dice in gergo: notizia in esclusiva. Finisco di lavorare e... già, ma come la riporto la foto?
Torno in Questura, è notte. Il piantone lo conosco. «Scusa, sono rincoglionito. Ho dimenticato su da... le chiavi dell’auto. Mi accompagni?». Mi chino sulla scrivania, faccio tintinnare le chiavi che già tenevo in mano, getto la fototessera come una carta da briscola tra i fogli e torno fuori alla velocità della luce.
Il giorno dopo festa in edicola, con il giornale meno diffuso che mette il proprio nome sulla mappa e finisce esaurito. Nelle stesse ore parte la caccia a chi ha dato la foto al cronista ragazzino. Il colpevole non è mai stato trovato. Fino a oggi.
Il giorno triste
Ancora tronfio per la bravata di cui sopra, altro cadavere. Bruciato in auto. Dinamica non chiara. Omicidio? Suicidio? Disgrazia? Ci costruisco sopra un mega pezzo su ogni ipotesi possibile. Nel frattempo, però, da uno scanner (il ricevitore che capta le frequenze delle forze dell’ordine) a Rovigo, i colleghi che lavorano in quella provincia apprendono che un numero di targa ricostruito dagli investigatori a Pordenone collega una vittima morta bruciata al loro territorio. Basta poco a raggiungere casa dello sventurato, trovare una lettera di addio, capire che si era trattato di un suicidio e chiudere il caso. I cronisti rodigini del quotidiano concorrente avvisano quelli di Pordenone. Noi siamo in Friuli e di colleghi veneti non ne abbiamo. Risultato: loro escono con la soluzione del giallo, noi con un romanzo con tutte le tesi possibili e il nome del giornalista indiscusso vincitore del premio “L’idiota del giorno”.
Mi presento dal caposervizio umiliato e rassegno le dimissioni dall’incarico di nerista, per manifesta incapacità. Lui mi fa coraggio e mi dice che può capitare (la faccia dice tutt’altro), che ormai non possiamo più farci niente e che all’ora di pranzo il giornale del mattino è buono per incartarci il pesce e bisogna guardare avanti. Quello che non dice è che sono messi così male da non avere chi possa subentrare al mio posto. Mi verrebbe da andare in tutte le edicole, comprare ogni singola copia del giornale e farci un falò che nemmeno al Panevin. Non arrivo neanche alla prima.
Arrivo qui, invece, quasi trent’anni dopo. Con una serie di storie come questa e in un gruppo editoriale, Nord Est Multimedia, con testate e redazioni in Friuli Venezia Giulia e Veneto.
Penso che ogni storia ha il suo tempo e che il tempo, a volte, è galantuomo.
Però, detto fra noi, diamine se brucia ancora...
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