L’imperativo dell’insegnante che guidò la ricostruzione: «Prima il senso di comunità»
La figlia Gabriela: era un papà speciale, una persona onesta e coerente. Riteneva che si dovesse ricostruire dov’era e com’era per mantenere l’identità

Un insegnante. Un ingegnere. Un padre. Tratteggiare l’immagine di Emanuele Chiavola, il professore che accettò la sfida della ricostruzione del Friuli dopo il terremoto del 1976, significa soffermarsi su ciascuno di questi ruoli che punteggiarono la sua vita, ciascuno con un profilo destinato a lasciare un’impronta indelebile. A tracciare un delicato ritratto è la figlia Gabriela attraverso poche, misurate parole che ne descrivono l’essenza.
Suo padre ha ricoperto diversi ruoli definendo un solco profondo e definendo la regia del lavoro di ricostruzione post terremoto in Friuli. Chi era esattamente Emanuele Chiavola?
«Quanto me lo chiedono rispondo che prima di tutto, era mio papà. Un papà speciale. Era affettuoso, si preoccupava per noi, le sue tre figlie. Era molto disponibile e se c’era qualche problema, lui si metteva in ascolto e poi ci aiutava molto nei compiti, anche quando eravamo grandicelle, al liceo, alle prese con gli esercizi di matematica. Ma se dovessi definirlo, direi che era una persona onesta, un uomo guidato da una grande rettitudine, una grande coerenza. Insomma, una persona seria».
Fu un’infanzia complessa la sua?
«Proveniva da una famiglia modesta. Era nato a Gemona il 5 febbraio 1920, sua mamma era maestra elementare mentre il padre, ferroviere, morì sul lavoro quando lui aveva 7 anni. Malgrado la situazione economica, la sua carriera scolastica fu brillante. Dopo il diploma al liceo Stellini, si iscrisse all’università e, ottenendo alcune borse di studio, si spostò a Padova e poi a Torino, quindi a Cagliari, sotto le bombe. La sua vita da studente fu piuttosto sofferta, anche dal punto di vista economico, fino alla laurea in Ingegneria Civile, conseguita nel 1944».
E come divenne professore?
«Comprese ben presto che lavorare nel campo dell’ingegneria civile non era la sua strada, le questioni economiche per lui non erano così importanti. E poi aveva cominciato a studiare elettronica per conto proprio, una materia che lo appassionava. Così, quando il preside Gastone Conti gli offrì l’incarico come docente di Elettronica industriale, che ricopri dal 1962 al 1976, accettò con entusiasmo. Con l’ingegnere Giovanni Panzeri, da pioniere, impostò programmi e compilò dispense di un insegnamento ancora senza testi perché in Italia era del tutto all’avanguardia».
Tutto cambiò il 6 maggio 1976.
«Sì, abitavamo al terzo piano di una palazzina a Udine, siamo scesi in strada tutti spaventati. E poi mio padre ha preso la macchina e si è diretto verso le zone colpite dal sisma, al tempo era consigliere dell’amministrazione provinciale di Udine ed era stato nominato assessore ai Lavori pubblici, oltre che presidente del Consorzio Aussa Corno, un incarico che lo portò a concentrarsi sullo scalo fluviale di Porto Nogaro e sulle relative infrastrutture stradali e ferroviarie».
Fu Antonio Comelli, presidente della giunta regionale, a conferirgli l’incarico di segretario generale straordinario per la ricostruzione del Friuli terremotato, che ricoprì dal 7 settembre 1976 al 31 agosto 1990. Come ve lo comunicò?
«Eravamo tutti a pranzo. Ci disse che gli avevano proposto il ruolo di coordinamento nel processo di ricostruzione, spiegò che sarebbe stato un compito molto gravoso e complesso e ci chiese consiglio. Noi gli consigliammo di accettare, eravamo sicure che sarebbe riuscito a portare a termine brillantemente l’incarico. Era preoccupato, ma sapeva che non poteva tirarsi indietro. Da allora, trascorse le sue giornate assorbito da questo incarico, anche dopo la pensione mantenne il suo impegno nella segreteria come consulente».
Un lavoro di cui era soddisfatto?
«Era soddisfatto del lavoro svolto, il suo e quello dell’intero gruppo. Sapeva comunicare, era affabile, alla mano, se qualcosa andava storto diceva subito ai colleghi “non ti preoccupare, combiniamo”, per lui era semplice mettere a frutto le forze e le attitudini di molte persone su un obiettivo comune».
Il suo era un occhio più attento all’urbanistica o all’indirizzo sociale della ricostruzione?
«Riteneva che creare città satellite fosse sbagliato, per questo era convinto che si dovesse ricostruire dov’era e com’era e mantenere l’essenza di una comunità, di un’identità . Un principio che venne mantenuto e che portò a risultati che oggi sono visibili a tutti».
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