I 70 anni di Sergio Cecotti tra Pechino e la Sissa: «L'Europa affonda, il Fvg ha l'encefalogramma piatto»

L'ex presidente della Regione e sindaco di Udine si racconta dalla Cina: l'insegnamento alla Tsinghua, la critica alla politica regionale e la pensione

Marco Ballico
Cecotti compie 70 anni e spiazza tutti dalla Cina
Cecotti compie 70 anni e spiazza tutti dalla Cina

Dieci anni fa, nel giorno dei sessant’anni, Sergio Cecotti festeggiò ai Colonos di Villacaccia, tempio dell’autonomismo friulano. Adesso che il compleanno è quello dei settanta (venerdì scorso, auguri), che significa pensione sia in Italia che in Cina, l’ex presidente della Regione e sindaco di Udine, ordinario di Teoria quantistica dei campi alla Sissa di Trieste, è a 8.000 chilometri di distanza, a Pechino.

Dal 2022 Cecotti insegna infatti all’istituto di ricerca Bimsa, a Tsinghua University, «l’Harvard cinese», e al Qiuzhen College, «la Normale cinese». Tra fuso orario e sobrie cerimonie («Tre ore di lezione, poi festeggiamenti solitari»), c’è il tempo per una classica analisi cecottiana su geopolitica, incroci elettorali di casa nostra e frico all’orientale.

Che esperienza è stata fin qui? E quanto durerà ancora?

«Un’ottima esperienza. Però la moglie mi ha revocato il permesso di stare lontano da casa tutto l’anno, e ho dovuto cambiare il mio rapporto con la Cina da tempo pieno a un solo semestre all’anno. Faccio un corso all’anno invece di due. Quest’anno sono tornato per il semestre primaverile alla Sissa, ma è stata l’ultima volta: con il primo novembre sono ufficialmente in pensione. Anche in Cina si va in pensione a 70 anni, ragion per cui io posso insegnare solo corsi della laurea specialistica, non corsi di base».

Con la lingua come sta andando?

«Zero via zero. Ho fatto due corsi e ho imparato a contare fino a tre. Ma la segretaria (cinese) parla e scrive italiano perfettamente, e traduce tutto lei».

E con il cibo? Alla partenza aveva detto che avrebbe cercato qualcosa di analogo al frico. Trovato?

«È un po’ il contrario. Quando torno a Udine, e vedo che è pieno di kebab e sushi mentre non esistono quasi più trattorie tipiche friulane, mi dico: “Avanti di questo passo, fra dieci anni chi vuole mangiare friulano deve prendere l’aereo e andare a Pechino dove vi sono ottimi ristoranti friulani”. Il frico c’è ed è cucinato alla perfezione, ma i cinesi lo considerano un cibo esotico di extra-lusso, e perciò è carissimo. Una cena di frico costa come andare a mangiare per un mese intero in un ristorante cinese di buon livello. Inoltre Pechino è grande come il Veneto, e andare a mangiare frico per me significa 90 chilometri di strada. Per cui, alla fine, di frico ne mangio pochino».

Da scienziato che vive e lavora lì, quali sono punti di forza e limiti della società cinese che dall’Europa facciamo più fatica a comprendere?

«Se uno sa con quale velocità e con quale massa di risorse si muove la Cina, quanto denaro e volontà politica investe nella ricerca e nell’innovazione, e quanto sono attivi e diligenti i cinesi, non può che concludere che non c’è proprio partita. Povera Europa. Nelle previsioni dei cinesi, l’Europa è destinata a sprofondare nel baratro con un’unica eccezione: l’Italia. Strano ma vero. Il sistema cinese ha molti punti di forza ed è estremamente efficiente, e anche molto federalista nei fatti, ma ha un grave difetto: non può essere replicato in Europa. Il nostro sistema culturale non lo regge».

Com’è visto il governo Meloni?

«Il governo non so, non parlo mai di politica. Gli italiani sono visti con molta simpatia, come i tedeschi. La vulgata che gira in Cina è: “Gli italiani sono come noi, sono i cinesi d’Europa”. Si riconoscono nel nostro sistema di sicurezza sociale basato sulle reti familiari, i nonni che vedono dei nipoti. Dicono: “È proprio tutto come in Cina”. Sono anche molto interessati al cibo italiano, lo considerano così prezioso che lo fanno pagare a peso d’oro».

E lei come li vede?

«Io ho una grande ammirazione per i cinesi. La dedizione al lavoro, la puntualità, la diligenza, la gentilezza, l’essere sempre pronti a risolvere i problemi invece di divertirsi a crearne. Il loro sistema sociale e politico è estremamente efficiente, tutti i servizi funzionano a meraviglia, e in modo molto semplice, senza fare impazzire l’utente: è semplice perfino per me che non so una parola di cinese. Venite a controllare i treni se mai sgarrano di un solo secondo rispetto all’orario... e i biglietti costano 20 volte di meno. Uno stage a Pechino farebbe molto bene al ministro dei Trasporti. Quando torno in Europa, il mio primo impatto è con i servizi aeroportuali. Rimango sconcertato e mi dico: “Sono piombato in pieno medioevo”».

Esattamente trent’anni anni fa era presidente della Regione. Che bilancio fa della sua carriera politica? Il rimpianto di qualche scelta non fatta? O di qualche errore commesso?

«Nessun rimpianto. Era il tempo della gioventù quando “era giovane anche il mondo”, parafrasando Pasolini. Sono entrato in politica con l’entusiasmo di fare la differenza, ho fatto quello che ho potuto come ho saputo, e sono uscito dalla politica prima che l’entusiasmo si spegnesse del tutto. Errori ne ho commessi, è fisiologico. L’importante è imparare dai propri errori, e non commetterli una seconda volta. Penso di non avere mai commesso lo stesso errore due volte. Uno non si pente degli errori se questi gli hanno insegnato una lezione importante».

E in questi trent’anni il Fvg ha fatto abbastanza strada?

«Mi duole molto dover dire di no. Lo vedo addormentato, ripiegato sull’ordinario, perfino sull’effimero, senza grandi ambizioni o piani per il futuro. In passato c’erano idee e visioni, che potevano anche essere ingenue o velleitarie, ma erano comunque di stimolo al fare, a progredire. Oggi encefalogramma piatto».

Bossi è morto, il Carroccio non c’è più, Salvini ha forzato un congresso straordinario. Ci sono le condizioni perché la Lega possa risalire?

«Il futuro della Lega non è un mio problema. Hanno legittimamente fatto le loro scelte, e adesso si godano i risultati».

Ha avuto recenti contatti per un ritorno in politica? Nel caso, accetterebbe?

«Nessun contatto».

Fedriga lascia la Regione per raggiunto limite di mandati. Sono stati anni di risorse abbondanti. Che giudizio dà, pur da lontano, delle sue due legislature?

«Effettivamente ha avuto la fortuna di governare in anni di vacche grasse. Il proverbio friulano dice: Bisugne tignî cont cuant che a’nd’è, che a tignî cont cuant che no’nd’è no si ingrume (ovvero: bisogna risparmiare quando ce n’è, perché risparmiare quando non ce n’è non si accumula nulla). Tradotto in politica: gli anni di vacche grasse vanno sfruttati per fare gli investimenti strategici di lungo periodo, quelli che terranno a galla il sistema quando poi arriveranno gli anni di vacche magre. Io sono appunto lontano, e questi investimenti sul futuro non riesco a vederli».

Si immagina Fedriga sindaco di Trieste? O, stavolta, toccherà al centrosinistra?

«Io non sono triestino, e da autonomista non vado a mettere becco nelle scelte autonome degli elettori triestini».

Quando torna a Udine, come la trova? Si vede la mano di De Toni?

«La mano di De Toni? Se volete vedere cosa è una mano all’opera, venite a Huairou, il quartiere di Pechino dove vivo».

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