I casi di Martina e Lucia, le autodenunce di Cappato e il nodo della sanità: perché il Fvg deve decidere sul fine vita
L'avvocata Filomena Gallo e il centrosinistra chiedono di seguire l'esempio del Veneto. L'appello a Fedriga: «Basta alibi, la politica si assuma le sue responsabilità».

Sul fine vita l’Associazione Luca Coscioni è pronta a tornare a mobilitare i cittadini del Friuli Venezia Giulia. Partendo dagli 8.200 che hanno firmato a sostegno della proposta di iniziativa popolare Liberi Subito, la stessa diventata legge in Veneto. Anche il centrosinistra va in pressing, chiedendo di abbandonare posizioni ideologiche e usare il buon senso.
Perimetro normativo
«Ci sono tutte le ragioni per riattivare la mobilitazione, a partire proprio dalle oltre 8.000 persone che hanno sottoscritto la proposta e dalle realtà del territorio che l’hanno sostenuta», afferma l’avvocata Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Coscioni, sottolineando come dal 2024, quando la proposta fu fermata in Fvg attraverso una pregiudiziale che contestava la competenza regionale, siano intervenute due sentenze della Corte costituzionale che hanno chiarito quali sono gli spazi e i limiti dell’intervento regionale.
«Per questo riteniamo che oggi non ci siano più alibi per impedire al Consiglio regionale di discutere nel merito una proposta sostenuta da migliaia di cittadini», afferma Gallo, preannunciando: «Chiederemo alla politica regionale di assumersi finalmente la responsabilità di una discussione nel merito». Così da fornire risposte ai cittadini che «hanno chiesto una cosa molto concreta: non di modificare i requisiti stabiliti dalla Corte costituzionale, ma di sapere chi deve rispondere a una richiesta, entro quali tempi e attraverso quali procedure».
Le istanze
La legge regionale serve, per l’esponente dell’Associazione Coscioni, «proprio a evitare che l’esercizio di un diritto già riconosciuto a livello nazionale dipenda dal luogo in cui una persona vive o dalla diversa interpretazione della singola azienda sanitaria». E il Friuli Venezia Giulia, ricorda Gallo, «conosce bene le conseguenze dell’assenza di regole chiare: Martina Oppelli e Lucia sono dovute andare in Svizzera dopo essersi rivolte al servizio sanitario della loro Regione, ma non dovrebbero essere i malati, nei momenti più difficili della loro vita, a pagare il prezzo dell’inerzia della politica».
Ad aiutare le due donne è stata proprio l’associazione con i suoi disobbedienti civili, tra cui Marco Cappato, che si sono autodenunciati alla Questura di Trieste: «Con quelle autodenunce abbiamo posto alla magistratura una questione molto precisa: Martina e Lucia, secondo noi, avevano i requisiti stabiliti dalla Corte costituzionale, ma sono state costrette ad andare in Svizzera dopo i dinieghi del servizio sanitario regionale. Abbiamo quindi chiesto che venga accertato cosa sia accaduto e se vi siano responsabilità. Siamo naturalmente a disposizione della Procura». Al momento l’associazione non ha notizia ufficiale di eventuali iscrizioni nel registro degli indagati. Ma esistono altri casi di persone in attesa dell’autorizzazione della propria Azienda sanitaria al suicidio medicalmente assistito? «Per quanto possiamo dire pubblicamente in questo momento, non abbiamo altri casi in Fvg di cui possiamo riferire come persone attualmente in attesa di una decisione dell’azienda sanitaria».
I ruoli
L’associazione continua comunque a chiedere una legge nazionale, ma «per garantire i diritti e renderli uniformi, non per cancellare quelli che già esistono». Per questo sta sollecitando il ritiro della proposta Zanettin-Zurlo: «Eliminando il ruolo del Servizio sanitario nazionale e restringendo i requisiti stabiliti dalla Consulta, rischierebbe di cancellare diritti già riconosciuti e di travolgere anche le leggi regionali fin qui approvate».
Alle Regioni spetta invece un altro compito, secondo Gallo ed è quello di organizzare il proprio servizio sanitario, stabilire procedure, responsabilità e tempi perché i diritti già riconosciuti siano concretamente esercitabili. Per questo non c’è, secondo l’esponente dell’Associazione Coscioni, «alcuna contraddizione tra chiedere una buona legge nazionale e promuovere leggi regionali: il Veneto ha scelto di assumersi la propria ma in Fvg, dopo oltre 8.000 firme e dopo casi drammatici come quelli di Martina Oppelli e Lucia, continuiamo a chiedere alla politica regionale di fare altrettanto».
Il pressing
È la stessa sollecitazione che arriva da alcuni rappresentanti del centrosinistra. «Dalla vicenda di Eluana Englaro alle leggi regionali, quella del riconoscimento del testamento biologico e del diritto all’autodeterminazione nelle scelte sul fine vita è stata finora un lunga e accidentata strada», afferma il consigliere regionale del Pd Nicola Conficoni rivolgendo un appello al presidente della Regione Massimiliano Fedriga: «Questa strada del fine vita, in cui la nostra terra ha avuto un ruolo centrale proprio con il caso Englaro, ha un fondamentale bisogno di trovare una positiva conclusione, innanzitutto per rispondere alle diverse richieste di persone che soffrono».
Fedriga dunque segua, invita Conficoni, l’esempio del Veneto e dei colleghi di partito Stefani e Zaia. Per il consigliere regionale di Casa Civica Enrico Bullian, che torna sul tema, «sarebbe opportuno che perlomeno venga lasciata libertà di coscienza ai consiglieri regionali di maggioranza e, in tal caso, ritengo sarebbe possibile approvare una legge regionale nell’interesse dei cittadini, rendendo effettivo il pronunciamento della Corte Costituzionale». La consigliere regionale di Avs Serena Pellegrino esprime «forte contrarietà alla linea di totale chiusura del presidente Fedriga e della maggioranza di centrodestra in Fvg». La scelta del Veneto dovrebbe dimostrare che «non si tratta di fare battaglie di bandiera, ma di assumersi una responsabilità istituzionale: chiediamo con forza al presidente Fedriga e alle forze di maggioranza di abbandonare l'approccio punitivo e i dogmi ideologici».
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