L’omaggio a Vittorino Meloni a cent’anni dalla nascita: «Visionario e innovativo»

Il profilo tracciato dai giornalisti che lavorarono con lui al Messaggero Veneto dagli anni ’70: «Seppe scommettere sui giovani e infondere fiducia»

Giacomina Pellizzari
Il tavolo dei relatori (da sinistra, Paolo Medeossi, Ido Cibischino, Paolo Mosanghini, Gianpaolo Carbonetto e Roberto Collini)
Il tavolo dei relatori (da sinistra, Paolo Medeossi, Ido Cibischino, Paolo Mosanghini, Gianpaolo Carbonetto e Roberto Collini)

Visionario, innovativo, determinato, autorevole, giornalista e manager, Vittorino Meloni resta il direttore del Messaggero Veneto più ricordato per la sua capacità di dettare la linea senza risultare ingombrante, di imboccare nuove strade sino a diventarne punto di riferimento nazionale, di gestire i rapporti con i politici senza subirli, mantenendo la propria autonomia.

A cento anni dalla nascita, li avrebbe compiuti il prossimo 13 novembre, il profilo tracciato, domenica a palazzo Mantica, sede della Filologica friulana, dai giornalisti Gianpaolo Carbonetto, Ido Cibischino, Roberto Collini e Paolo Medeossi, e dal condirettore del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini, racconta la storia di un direttore che seppe scommettere sui giovani, a iniziare dal giornale che ha appena compiuto 80 anni, raccogliendo la sfida che gli venne affidata dall’imprenditore, Lino Zanussi. Giovani erano anche i suoi cronisti, li scelse uno a uno senza farsi influenzare da orientamenti politici o criteri di selezione preconfezionati.

«Non so se le foce per intuito, per errore o per un atto coraggioso, continuo a chiedermelo» ha ammesso Medeossi ripercorrendo gli anni in cui un capo trentenne era considerato vecchio. Direttore dal 1966, Meloni tracciò e consolidò una strada, la stessa che il giornale segue quotidianamente. «Meloni – ha sottolineato Mosanghini – resta il nostro direttore, colui che ha lasciato un segno indelebile nel mondo dell’editoria. I vertici nazionali vennero a Udine per scoprire le sue innovazioni, la sue capacità di creare e di dare al giornale una nuova struttura quasi fosse un architetto del futuro».

Innovatore, quindi, ma anche padre di famiglia, autorevole e mediatore Meloni resta anche per il sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, «il direttore più significativo del Messaggero Veneto». E non solo perché, a tarda ora, cambiava i titoli della cronaca cittadina con l’allora sindaco Angelo Candolini: «Vorrei – ha aggiunto ironicamente De Toni – questa nostalgia».

Quelli raccontati da Meloni erano periodi complessi tanto quanto gli attuali, trascinati nel dramma dalla furia del terremoto. Fu lui il primo a incidere sulla determinazione dei friulani con il titolo di apertura “Una grande voglia di vivere” stampato a caratteri cubitali una settimana dopo la tragedia del 6 maggio 1976. Quando tutto sembrava perduto, Meloni, attraverso il Messaggero Veneto, seppe infondere fiducia a un popolo moralmente distrutto, rassicurandolo sulla ricostruzione.

Non a caso il direttore della Filologica friulana, Feliciano Medeot, assieme alla famiglia Meloni, ha scelto di commemorare Vittorino Meloni tra l’11 e 15 settembre, a cinquant’anni di distanza dal secondo terremoto.

Domenica, i ricordi dei redattori hanno rafforzato la figura di un direttore convinto delle proprie idee al punto da non applaudire alla costituzione del primo Comitato di redazione del Messaggero Veneto, avvenuta l’1 luglio 1976. «Non lo vedemmo per mesi, delegò ogni contatto ai capi. I rapporti ripresero a settembre, dopo il secondo terremoto, quando respinse la nostra proposta di allestire una redazione nei luoghi dell’esodo: “Dobbiamo continuare a raccontare cosa accade nei paesi” disse in assemblea e aveva ragione lui» ha riconosciuto Carbonetto, convinto che quella decisione contribuì a «creare una comunità di lettori allargata tutt’ora presente».

Meloni aveva anche l’umiltà di riconoscere i propri errori. Cibischino lo sperimentò rifiutandosi di cambiare un titolo sull’Udinese calcio. E poi c’era il Meloni politico quello che - come ha riferito Collini - teneva in stretta considerazione il parere di Tiziano Tessitori, uno dei padri della Regione autonoma e suo illustre suocero, e pure quello dell’allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, entrambi appartenenti alla corrente morotea della DC.

Fu Moro, colui che aveva contribuito alla nascita della Regione autonoma, a tagliare il nastro dello stabilimento di viale Palmanova nel giorno del debutto della stampa a freddo. Meloni credeva nell’unità regionale e non mancò mai di sottolinearlo.

«Il suo anno orribile fu il 1973 quando lo scrittore Carlo Sgorlon, allora collaboratore del Gazzettino, vinse il premio Campiello e il senatore Mario Toros, rivale politico dei morotei, divenne ministro per gli Affari regionali. Ma nonostante ciò – sono sempre le parole di Collini – Meloni rispettava una regola arcaica del giornalismo, una forma di pluralismo che lo portava a raccomandare ai giovani cronisti di non dimenticare di scrivere neppure un nome dei presenti».

Alla base di tutto ciò c’era l’obiettivo di sbarazzare la concorrenza. Meloni ci riuscì: «Nel 1973 - ha ricordato Cibischino - il Messaggero Veneto vendeva 17 mila copie, nel periodo del terremoto toccò le 80 mila per arrivare a 50 mila quando nel 1992, dopo oltre 26 anni, Meloni passò il testimone». Lo attendeva la famiglia alla quale poteva finalmente dedicare più tempo.

«A casa mio padre non parlava del giornale, cercava di stare tranquillo con noi anche se qualche dibattito non mancava. Quando ci fu il referendum sul nucleare non capiva il mio voto contrario, ma quando si rese conto che mi ero documentata sulla materia apprezzò il mio impegno e riconobbe che non era solo ideologico» ha raccontato la figlia Lucina Meloni Tessitori prima di passare la parola al fratello Michele, il giornalista che per anni lavorò al Messaggero Veneto sotto la direzione del padre che sapeva di dover condividere con i colleghi.

«Mio padre aveva ben compreso quali erano le necessità di quella redazione giovane che lo aiutò a fare quello che riuscì a fare, Collini ha detto “per me era un secondo padre” ed è quello che credo lui sentisse per voi – ha rivelato Michele rivolgendosi ai colleghi – : vi ho sempre detto che vi considero un po’ i miei fratelli maggiori».

Passando di generazione in generazione, il profilo di Vittorino Meloni è stato affinato dal nipote Lorenzo Meloni Tessitori, nato nel 2003, sei anni prima della scomparsa del nonno, del quale serba il ricordo di «un uomo che sapeva accendere l’anima di una comunità. Penso che mio nonno, sia stato uno di quelli che hanno saputo accendere il cuore dei friulani. Si parla molto di autonomia come scelta di identità e mio nonno Vittorino ha lavorato per l’identità di questa regione».

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