Mini-tour di Pallaoro in Friuli: «Siamo tutti delle echo chamber»
Il regista trentino ha diretto uno dei cinque film italiani in gara a Venezia. Martedì lo presenterà al Visionario di Udine e a Cinemazero a Pordenone

Non ci si stanca mai di un confronto sull’amore, tante e infinite sono le sfaccettature, le angolazioni, il peso del cuore e quello dell’anima, i baci, il sesso, la sensualità, le carezze, gli abbandoni e il dolore. Tutto appartiene a quell’universo senza bussola dove gli amanti spesso si perdono. Arriviamo così al curioso rendez-vous con un film: “The Echo Chamber”.
Il regista è il trentino Andrea Pallaoro, classe 1982, che da ragazzo volò negli States per poi rimanerci. Ora vive a Los Angeles. Una pellicola confinata in un lussuoso appartamento londinese, dove prevale il linguaggio del corpo fra i silenzi e le attese di tre personaggi: Leo (Luca Marinelli), Anne (Alicia Vikander) e Ava (Susan Sarandon. La mano originale è di Bernardo Bertolucci: una sceneggiatura rimasta sospesa da qualche parte fino al momento di riprendersi il cinema.
Pallaoro accompagnerà il suo film, fresco di Mostra del Cinema di Venezia -(era una delle cinque proposte italiane in concorso ) in un mini tour friulano: martedì 15 sarà al Visionario di Udine, alle 19, e alle 21 a Cinemazero di Pordenone.
Ci incuriosisce il percorso che ha favorito l’incontro fra lei e quest’opera.
«Me la offrì il produttore Nicola Giuliano della Indigo Film. Ricordo che fu una scelta tormentata, seppur ricca di fascino. Non avevo mai diretto nulla di non mio. Però riconobbi nel testo tematiche a me familiari, soprattutto il modo in cui l’amore possa passare facilmente dalla dipendenza all’intimità, dal bisogno di controllare l’altro a quello di prendersene cura, osservando cosa accade quando si sgretola il muro che separa l’identità di un individuo da quella della coppia. Poi compresi che il miglior modo di onorare Bertolucci fosse la sincerità, nonché poter contare sul supporto delle due co-sceneggiatrici di Bernardo, Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi».
Posso chiederle se lo scritto sia stato in qualche modo rinfrescato?
«L’essenza e le dinamiche sono inalterate. Cambiano le sfumature, ed è un gesto logico, direi. Inevitabile».
Un tris attoriale di caratura: Marinelli, Sarandon, Vikander. Pensò subito a loro?
«Li considero interpreti performanti, assolutamente. Certo, mi vennero in mente, ma non sempre a un’idea corrisponde la realtà. Durante il nostro viaggio intenso abbiamo legato e ideato un cammino di fiducia e di ispirazione reciproca».
Ora aggiungerei il significato del titolo: “The Echo Chamber”.
«L’esplorazione primaria esamina il rapporto fra presenza e assenza. Un’unione che si manifesta attraverso le tracce, i gesti, il modo in cui Leo, Anne e Ava si inseguono usando gli oggetti: l’appartamento stesso, il cuscino, la tazza, la sciarpa. Il senso è come le persone che ci hanno toccato, i ricordi, le sensazioni e gli amori continuino a lavorarci dentro come degli echi, plasmando la nostra identità. Siamo tutti delle “echo chamber” di tutte le esperienze che abbiamo vissuto».
Il suo cinema chiede allo spettatore di aspettare, osservare, riempire i vuoti. Oggi sembra quasi un gesto controcorrente.
«Certo, la rassicuro: lo è. Credo che guardare i personaggi e dare al pubblico la possibilità di vivere con loro, attraverso tempi magari più dilatati di quelli attesi, ci aiuti a comprenderli meglio e a entrare nel mondo emotivo e psicologico dei protagonisti. Uno dei gesti più affascinanti di quest’arte in movimento è la capacità di fotografare il pensiero di chi guardiamo. Per questo c’è bisogno di tempo, che inevitabilmente genera un certo tipo di tensione, sempre che lo spettatore sia pronto ad accettarla».
Lo si nota sin dalle prime inquadrature: i corpi parlano. L’amore sembra nascere da un gesto terapeutico, dal prendersi cura di qualcuno.
«Assolutamente. È una storia d’amore nella quale il dolore e la sofferenza sono inseparabili dai sentimenti, ne fanno parte».
In questi anni di film a Venezia ne ha portati ben quattro. Un festival amico, a quanto pare.
«Il Lido è ormai casa e l’atmosfera è incredibile. Non ne esistono altri capaci di sedurmi così».
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