Vinicio Marchioni al teatrone di Udine: «Il progresso avanza ma l’uomo non cambia»

L’attore protagonista del Riccardo III di Latella al Nuovo: «Il potere manipola l’opinione pubblica e ribalta la verità»

Gian Paolo Polesini
Vinicio Marchioni e Silvia Ajelliin Riccardo III (foto Gianluca Pantaleo)
Vinicio Marchioni e Silvia Ajelliin Riccardo III (foto Gianluca Pantaleo)

«Ora l’inverno del nostro scontento è diventato gloriosa estate sotto questo splendore di York…». È una dichiarazione di malvagità racchiusa in un monologo shakespeariano che ha fatto storia. Riccardo III, duca di Gloucester, privo di scrupoli, riconosce di essere escluso dall’amore e dalla vita sociale per la sua deformità fisica. E vuole il trono, a qualunque costo. Questo passo, per fama, è alla stregua di un altro del Bardo: “Amici, romani, compatrioti prestatemi orecchio…” il soliloquio di Marco Antonio, tratto dal celeberrimo “Giulio Cesare”. Giganti.

Un’opera potente, il “Riccardo III”, che non sente affatto il peso dei suoi quattrocento anni, perché, come ricorda Vinicio Marchioni — volto e corpo dell’ultimo sovrano di casa York nell’allestimento scenico firmato da Antonio Latella — «il progresso avanza, ma le dinamiche dell’essere umano non cambiano mai».

«Lo scrisse Čechov», si premura di ricordare l’artista romano, protagonista per tre serate — da martedì 3 al 5 febbraio — al Teatro Giovanni da Udine di quest’opera maestosa, tradotta da Federico Bellini, simbolo del potere come ossessione, in grado di divorare affetti, morale, identità.

Martedì 3 febbraio, alle 17.30, sarà in programma l’incontro con Peter Brown, direttore della British School, mentre mercoledì 4 febbraio, alla stessa ora, la compagnia incontrerà il pubblico.

Riccardo, Macbeth, Amleto: personaggi riservati ai grandi della prosa. Ha mai sognato un Riccardo III quand’era un giovane attore?

«Speravo, prima o poi, di mettere mano a Shakespeare, sì, ma non per vanagloria, mi creda. Avrei incontrato volentieri l’universo del grande inglese e portare lo spettacolo sulle spalle, il che significa un balzo pazzesco in avanti durante un qualunque percorso attoriale. Entrai in punta di piedi, molti anni fa, nel “Sogno di una notte di mezza estate” di Giuseppe Marini: però Riccardo era un’altra faccenda».

Un monumento al male per eccellenza.

«Ormai è un termine di paragone codificato. Lui è un punto di riferimento universale quando cattiveria, potere e ambizione finiscono sul proscenio della vita».

Senza nulla voler togliere al piacere dell’impatto scenico, mi incuriosisce l’angolazione individuata del regista.

«La versione di Latella mette in discussione l’associazione fra malvagità e deformità fisica. Dagli studi sullo scheletro, ritrovato a Leicester nel 2012, risultò che l’attribuita malformazione altro non era che una banale scogliosi, ma sicuramente invalidante. La messinscena si concentra sul contesto storico della Guerre delle Due Rose, un’epoca di guerra civile in cui tradimenti e omicidi per la conquista del potere erano la quotidianità. Quindi: nella lotta per il comando nessuno è comprensivo. Non c’è un unico personaggio malvagio contrapposto ai buoni, ma è un intero sistema corrotto dalla brama di autorità».

E poi c’è la donna, che in questa edizione gode di una particolare esaltazione.

«Solitamente sono parti tagliate, invece Latella ha voluto esaltare la potenza femminile. Lady Anna, la regina Margherita, la regina Elisabetta e la Duchessa di York attraverso le loro maledizioni esercitano una pressione devastante su Riccardo, portandolo infine alla rovina. Il re incontra una resistenza insormontabile nelle donne».

E lei, Vinicio, com’è entrato in connessione con Riccardo?

«Studiando tutta la tetralogia di Enrico VI per comprendere le dinamiche fra i personaggi e le casate, nonché approfondendo il contesto del 1450 inglese. Riccardo era, nonostante tutto, un grande combattente, e morì in battaglia, mentre Shakespeare ce lo passa come storpio e in modo fortemente negativo, anche per legittimare il potere dei Tudor, che sconfissero gli York».

L’ambientazione per il palcoscenico è singolare…

«Antonio Latella ha scelto un’estetica basata sulla bellezza, ispirata a Lucifero, il più bello fra gli angeli. Il nostro habitat è un giardino di rose bianche, visivamente meraviglioso e poetico, privo di riferimenti al marciume e alla brutalità. Questo approccio si concentra sul fascino, sull’ironia e sulla seduzione del male».

Si diceva: l’immutabilità delle dinamiche umane. In questo sta la forza del grande teatro antico che ne è consapevole.

«Il potere, anche oggi, usa il meccanismo di sempre: manipola l’opinione pubblica e ribalta la verità. Questa constatazione, emersa dallo studio del testo, sottolinea come il popolo tenda a cadere sempre negli stessi tranelli. Ed è per questo che i classici sono uno specchio costante per l’umanità».

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