Arlecchino errante a Pordenone, trent’anni di commedia dell’arte

Prende il via il festival: spettacoli (sette anteprime), workshop e incursioni urbane. Il direttore Ferruccio Merisi: «Finestre e porte aperte verso il mondo»

Cristina Savi

​​Trent’anni di Arlecchino Errante non hanno prodotto un’identità immobile, ma una vocazione al movimento: È forse questa la ragione per cui il festival della Scuola sperimentale dell’attore, che dal 10 settembre, a Pordenone, propone workshop, incursioni urbane e spettacoli (sette in prima nazionale), arriva al trentennale cambiando direzione, linguaggi, senza perdere la matrice popolare che lo ha portato fuori dai luoghi deputati. «L’idea di base è rimasta quella di aprire finestre e porte verso respiri nazionali e internazionali poco presenti, portando al pubblico di Pordenone cose strane, diverse, affascinanti».

Ferruccio Merisi, direttore artistico, sintetizza così trent’anni di ricerca.   «L’Arlecchino è diventato errante in tutte le direzioni contemporaneamente», osserva. Ha cercato pubblici diversi, guardando alla contemporaneità ma mantenendo l’attenzione per le tradizioni capaci di resistere e contenere ancora «promesse di teatro». Una ricerca capace di tenere insieme cambiamento e tradizione. È il rapporto con l’umano, però, il filo più profondo ancora. «Da trent’anni lavoriamo sull’umanità», dice Merisi. «Uno dei miei maestri diceva che ogni spettacolo deve risuonare come una nota cristallina. Ognuno dovrebbe uscire con la sensazione di avere ascoltato insieme agli altri un respiro». Il festival deve allora «ospitare eventi che siano scintille di quella nota».

Da questa prospettiva nasce «Suoni e sentimenti», tema del trentennale. Dopo Lingue e silenzi, dedicato alla parola, l’attenzione si sposta su voce, ritmo, musica e corpo. «Le parole tendono a organizzarsi in codici e a volte contengono pregiudizi e ragionamenti predeterminati», spiega Merisi. Il suono può raggiungere una dimensione più immediata. In un’epoca immersa nel «rumore di fondo», dove la musica è spesso sempre accesa e ascoltata con poca attenzione, il festival cerca artisti che affidino al suono la missione di «condurci un po’ più in là».

Martedì 1 settembre alle 21.30, in piazza della Motta, il trentennale sarà inaugurato da Mask Sabbath – sogni comici selvaggi, debutto assoluto della Compagnia di casa, Hellequin, diretto da Merisi. La Commedia dell’Arte è il punto di partenza, ma non come repertorio: Arlecchino, Colombina, Pantalone e Balanzone diventano figure ancestrali attraverso cui interrogare ciò che dell’essere umano resta misterioso. «Abbiamo provato a esplorare la capacità delle maschere di farci fare un passo dentro ciò che dell’essere umano rimane ancora oscuro». Un passo «bonario e solidale», per avvicinarsi insieme a qualcosa che appartiene a tutti.

Piazza della Motta diventerà uno spazio circolare, con il pubblico a 360 gradi attorno all’azione. Grandi mascheroni, danze e musica dal vivo dei pordenonesi I Pistacchi costruiranno un rito contemporaneo con proiezioni e videomapping. Una produzione destinata, nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della cultura 2027, a diventare ambasciatrice culturale del Friuli Venezia Giulia e della città.

Il trentennale è anche l’occasione per misurare quanto sia cambiato il teatro a Pordenone. «Penso che abbiamo contribuito a fare da apripista in molte direzioni», dice Merisi, ricordando la scommessa su un teatro di qualità ma capace di conservare «un fondo popolare». Ha portato così le arti performative nelle piazze e negli spazi quotidiani, favorendo fiducia verso forme non convenzionali.

Il respiro internazionale del festival resta intatto, con artisti e tradizioni da India, Ucraina, Slovenia, Austria, Polonia, Bosnia, Perù e Spagna accanto alla scena italiana. E dopo Mask Sabbath, mercoledì 2 sarà la volta di Madame Butterfly nel chiostro di San Francesco.

Lo sguardo, intanto, è già rivolto al 2027. Dopo «Lingue e silenzi» e «Suoni e sentimenti», arriverà «Cori» e per Pordenone Capitale della cultura un progetto per trasformare la comunità in esperienza concreta: quattro compagnie teatrali, altre identità artistiche e rappresentanti dell’industria sostenibile coinvolti nell’uso temporaneo di ex luoghi di lavoro, trasformati in spazi per feste collettive. «Sarebbe bello che poi questa esperienza si facesse ogni anno. Ci piacerebbe passare il testimone». Non un punto d’arrivo: dopo trent’anni, l’Arlecchino Errante cerca ancora qualcuno con cui condividere il prossimo ascolto.

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