Il re del crime Piergiorgio Pulixi a Tolmezzo: «Il mio noir più intimo indaga l'ossessione per la perfezione estetica»

Lo scrittore cagliaritano presenta al cinema David il nuovo thriller “Il nido del corvo” (Feltrinelli) dialogando con Alberto Garlini. L'allievo di Carlotto svela i segreti del suo metodo alla Agatha Christie, l'omaggio a Lucarelli e la Sardegna come co-protagonista: «Mi interessa Simenon, esploro il superamento del punto di non ritorno»

Gian Paolo Polesini

I noir e i thriller distribuiti in Italia confidano da tempo nel talento di Piergiorgio Pulixi. Fiducia ricambiata. In carriera l’autore cagliaritano allievo di Massimo Carlotto ha oltrepassato varie forme di crime: il noir sociale della serie di Biagio Mazzeo, il thriller seriale con il commissario Vito Strega, il poliziesco ambientato in Sardegna con il duo Mara Rais-Eva Croce, nonché il giallo psicologico e corale degli ultimi anni.

Con “Il nido del corvo” (Feltrinelli), che presenterà oggi alle 18.30 al cinema David nell’ambito di “Tolmezzo Vie dei Libri” dialogando con Alberto Garlini, lo scrittore firma forse il suo romanzo più intimo. L’indagine sulla scomparsa di una giovane donna nella Penisola del Sinis diventa l’occasione per esplorare fragilità, paure e responsabilità universali. La storia si attiva da un mistero: Angela Floris sparisce. Per sei mesi le indagini sbattono sui dubbi, finché accade qualcosa di inquietante: il cellulare della giovane si riaccende all’improvviso.

Partiamo da un riconoscimento importante: il Premio Scerbanenco, che lei vinse nel 2019.

«Scerbanenco è considerato il padre del noir italiano e credo che il ruolo gli spetti pienamente. Attraverso i suoi scritti è riuscito non solo a intrattenere i lettori, ma a raccontare i grandi cambiamenti sociali ed economici della Milano del tempo. Le sue opere conservano un importante valore letterario e storico. I “Ragazzi del massacro” ne sono un esempio, mostrando quanto lo scrittore fosse avanti nel leggere le evoluzioni sociali».

La dedica del suo ultimo lavoro è a Carlo Lucarelli.

«Carlo ha aperto in Italia una via al thriller all’americana (“Almost Blue”), influenzando una generazione e legittimando il genere in contesti come Bologna».

Nel corso della sua carriera ha sperimentato diverse forme del crime. Possiamo considerare “Il nido del corvo” una svolta?

«In parte sì. L’indagine e l’inseguimento al colpevole rimangono centrali, diventando soprattutto un modo per esplorare la vita interiore dei protagonisti. Volevo affrontare temi molto attuali, in particolare il momento in cui ci troviamo a diventare “genitori dei nostri genitori,” quando l’età e la malattia ci costringono a prendere decisioni difficili per loro».

Stavolta lei introduce anche una nuova coppia investigativa: Daniel Corvo e Viola Zardi. La prima di una serie?

«Non ho in mente alcunché dedicato a loro, le dirò, ma nemmeno lo escludo. Mi piace pensare ai miei racconti come a un universo narrativo condiviso,

dove protagonisti diversi possono incontrarsi, collaborare o comparire in altre storie».

La Sardegna è sempre più un personaggio e non soltanto un’ambientazione.

«È una definizione che condivido. Nel giallo italiano contemporaneo i luoghi sono spesso coprotagonisti. Nel mio caso la Sardegna offre una straordinaria varietà di paesaggi, tradizioni e identità culturali. Ogni territorio racconta una tradizione diversa».

Quanto conta la geografia nel successo di una narrazione?

«Moltissimo. I lettori si affezionano ai luoghi. È accaduto con Camilleri in Sicilia, con Maurizio De Giovanni a Napoli e con molti altri. La letteratura può diventare uno straordinario veicolo di conoscenza e turismo».

La interessa di più il crimine o ciò che lo genera?

«Sicuramente ciò che lo genera. Mi considero vicino alla lezione di Simenon: tento di capire i meccanismi psicologici che obbligano una persona a superare il punto di non ritorno. Per raccontare davvero un delitto bisogna entrare nei moventi, nei traumi e nelle frangibilità di chi lo compie».

Nel nuovo lavoro l'assassino sembra trasformare la morte in un'opera d’arte senza difetti. È una critica alla nostra società?

«Sì. Il killer soffre di una parafilia che lo costringe a ricercare la mano femminile perfetta. Attraverso l’ossessione volevo raccontare qualcosa di più ampio: viviamo in un’era abitata dalla completezza estetica, da modelli di bellezza artificiali e irraggiungibili. Il serial killer diventa così una metafora estrema della ricerca patologica della perfezione».

Lei ha raccontato di essere cresciuto con “Dylan Dog”. È stato il suo primo amore letterario?

«Assolutamente sì. Attraverso Dylan Dog ho scoperto Stephen King, Edgar Allan Poe, Alfred Hitchcock, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie».

Quando comincia a scrivere, conosce già l'identità dell'assassino?

«Sempre. Seguo il metodo di Agatha Christie: parto dalla vittima e dal colpevole e costruisco la storia a ritroso. Mi pongo tutte le domande fondamentali – chi, come, dove, quando e perché – e soltanto dopo aver verificato che ogni tassello sia al suo posto inizio la scrittura vera e propria. Questo mi permette di controllare la trama e costruire depistaggi credibili per il lettore».

Da scrittore, l’intelligenza artificiale la preoccupa o la infastidisce?

«Sto ancora cercando di capire quale sarà il suo impatto. Potrebbe rappresentare una minaccia, sì, un’opportunità, o un utile strumento di supporto, un editor sempre disponibile. Resta altresì da chiarire la questione di quanto l’AI possa influenzare la creatività. A riguardo ci confronteremo a breve».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto