La "Simenonite", una malattia irreversibile: Fratus racconta il genio di Maigret

Lo scrittore presenta in Friuli Venezia Giulia il saggio L'Affaire Simenon. Un viaggio tra i 500 romanzi, l'umanità del commissario e lo stile di un autore "schiavo della scrittura"

Oscar D'Agostino

La “simenonite” è una malattia grave. Quando ne viene colpito, non c’è più nulla da fare. Parola di Tiziano Fratus, poeta e scrittore (conosciuro come appassionato “cercatore d’alberi”), che ha pubblicato un ponderoso e dicumentatissimo saggio di 500 pagine sullo scrittore: L’Affaire Simenon. Tutto quello che dovreste sapere sul padre di Maigret e sulla sua opera sterminata, edito da Solferino. Fratus da domani sarà nel Nord Est per presentarlo: si inizia domani, martedì alle 17.30 in biblioteca a Lignano nell’ambito di Lignano Noir, poi sarà la volta di Trieste (mercoledì 25 alle 18, Libreria Lovat, Trieste), Venezia (il 26) Libreria La Toletta, Venezia, Villorba (il 7, Libreria Lovat) e Udine (il 28, Libreria Gaspari).

Quando ha capito di essere stato contagiato in modo irreversibile dalla “simenonite”?

«La “simenonite” è una malattia che si è manifestata molto tempo fa. Leggendo, guardando, curiosando, in varie direzioni e in vari momenti, mi sono incuriosito e appassionato nei confronti di questo di questo scrittore di cui si parlava sempre malissimo. Uno scrittore che era conosciito per lo più per il personaggio di Maigret. Avevovisto i film e gli sceneggiati e, come tanti suppongo, ho cominciato a chiedermi il perchè della mia disinformazione».

Cos’è che rende affascinanate Simenon? E qual è il lettore dei suoi romanzi? Oltre ai gialli di maigret ha scritto tantissime storie noir...

«Ci sono due o tre tipologie di lettori. C’è quello che ha letto Simenon per tutta la vita, a partire dalle proposte editoriali di Mondadori, e che ha soprattutto amato i Maigret. E che poi ha scoperto i romanzi duri. Poi ci sono coloro che sono arrivati dopo, negli anni ’80 e ’90. E quelli che non lo avevano mai letto e poi a un certo punto si sono resi conto della grandezza di questo scrittore. Ma ci sono anche le persone più interessate allo stile, al modo che aveva Simenon di scrivere e di descrivere un mondo, una Francia che oggi non esiste più».

Il suo personaggio più celebre, il commissario Maigret, colpisce per la sua umanità: un poliziotto che non giudica ma capisce. È anche questo il segreto del successo?

«Che che abbia a che fare con le indagini poliziesche, un sordido omicidio piuttosto che con una vendetta, oppure che abbia a che vedere con dei tradimenti in ambito domestico e familiare, quando scrive Simenon non non condanna mai veramente un personaggio, perchè anche i più sordidi e gli assassini più orrendi alla fine hanno la loro umanità».

Un personaggio che affascina ancora molto...

«Un uomo che alla fine, pur con tutti i suoi limiti, cerca di portare a casa il risultato e, come sappiamo, lo fa quasi sempre. Ordinario, con le sue piccole manie e ovviamente i suoi riti: la sua stufa, la sua pipa, i suoi vestiti. E il ritorno a casa con questa moglie molto discussa, ma anche ideale, la dolcissima e paziente signora Maigret. Maigret è un uomo senza doti di superiorità intellettuale: non ha le celluline grigie del famoso infallibile, o quasi infallibile, Sherlock Holmes; non è nemmeno come altri personaggi della letteratura inglese che hanno fatto scuola».

Qual è secondo lei il migliore Maigret sullo schermo?

«Noi italiani ovviamente siamo molto orgogliosi di quello che è stato fatto dalla Rai, perché gli interpreti dello sceneggiato erano obiettivamentetutti bravissimi. E poi la riduzione televisiva con Gino Cervi è stata fatta in maniera esemplare. Ovviamente tutto ciò è stato reso possibile perché era un attore era capace di parlare anche per un quarto d'ora da solo. E tu rimanevi lì, comunque, incollato allo schermo. Però quella che più mi è piaciuta, e che che guardo sempre con maggiore piacere, è una produzione francese, che ha come protagonista Bruno Cremer. Fisicamente è il più vicino all'idea che ho di Maigret.

E al cinema?

«Sicuramente Jean Gabin: i soi tre Maigret in realtà erano Jean Gabin vestito da Maigret. Ma ci sono anche pellicole che non hanno protagonista il celebre commissario, come Il gatto, un’altra storia sempre con Gabin e Simon Signoret, che girò prima di morire. E poi La vedova Couderc. Una storia di fascino con Alain Delon che iniziava a cambiare pelle, non era più soltanto il bellissimo bambolotto, ma stava diventando un attore pieno».

Domani sarà a Lignano che, dopo Milano, è la città di Giorgio Scerbanenco. Il luogo dove sono nati tutti i suoi ultimi grandi capolavori. Scerbanenco e Simenon, sue grandi scrittori molto simili per certi versi?

«Avevano entrambi una vocazione, anche se con stili di vita diverso: ono stati due due schiavi della scrittura, hanno sposato fondamentalmente la macchina da scrivere. Erano veramente due grandi produttori, Simenon ha raggiunto grandi numeri e aveva una capacità e una rapidità di esecuzione che che l'hanno reso inimitabile».

È vero che utilizzava solo 2.000 parole comuni?

«Sì, la varietà di vocaboli utilizzati era intorno ai duemila. Non era uno di quegli scrittori che si compiacevano delle formule, delle frasi o che cercavano una scrittura particolarmente ricercata e questo è stato anche una cosa che all’inizio lo ha penalizzato, perché chi scriveva quel genere di storie era considerato di serie B».

A chi si avvicina per la prima volta a Simenon, tre libri assolutamente da leggere...

«Tre camere a Manhattan, Le signorine di Concarneau, un piccolo romanzo che è anche un un giallo, perché c'è la morte di un bambino. E Il porto delle nebbie, uno dei romanzi più belli con Maigret: una storia di marinari e di porti ambientata nel nord della Francia». 

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