La madre coraggio di Laura Marinoni: «Una donna brutale e cinica»

Lo spettacolo in prima nazionale al Mittelfest di Cividale. «È una manipolatrice carismatica. Vende roba, ma soprattutto propone una filosofia di vita»

Gian Paolo Polesini
Laura Marinoni protagonista di Una madre coraggio al Mittelfest di Cividale
Laura Marinoni protagonista di Una madre coraggio al Mittelfest di Cividale

 

La “madre courage” di matrice brechtiana osserva lo sviluppo della modernità. “Una madre coraggio” — in prima nazionale al Mittelfest  giovedì 23, alle 18, e  venerdì 24, alle 19.30, in Santa Maria dei Battuti a Cividale, con protagonista assoluta Laura Marinoni, regia di Gianluca Barbadori — ha invece una firma contemporanea, ed è quella di Michele Santeramo, mentre Anna Fierling sarà ovviamente evocata, ma non è la vivandiera del commediografo bavarese che la plasmò al fine di una buona causa: denunciare tutte le guerre.

Laura, vanno chiariti alcuni passaggi per meglio identificare il senso di questa originalissima messinscena.

«È importante precisare subito una verità: non si tratta di una riscrittura di Brecht. Il testo di Michele Santeramo è completamente nuovo e di certo ispirato all’immagine di Madre Coraggio. È come se Anna Fierling uscisse dalla pagina e si presentasse davanti al pubblico per provocarlo sui grandi temi della battaglia, della maternità e della morale. Subito dopo aver affrontato il copione, mi arrivò un pugno nello stomaco perché le nostre convinzioni vanno in crisi».

Un personaggio che andrebbe almeno tratteggiato, senza rivelarne la sostanza più intima.

«È una donna concreta, brutale, cinica. Potrebbe essere una sopravvissuta a uno dei nostri orrendi conflitti. Non è un fantasma nel senso tradizionale, bensì una presenza viva che irrompe senza lasciare spazio all’illusione, senza più speranza. E si esprime attraverso un linguaggio diretto, privo di qualsiasi consolazione».

Lo spettacolo, però, prevede un ingresso inatteso: Laura Marinoni.

«Sì. Il monologo è costruito in tre parti. Dopo l’apparizione di Anna, entro in scena io che mi spoglio del personaggio e provo a guardarlo con distacco. È come un coro della tragedia greca: mi confronto con ciò che Madre Coraggio ha appena detto, cerco un dialogo con il pubblico e affermo che io, come persona, voglio ancora credere nella possibilità della pace e della fiducia».

Il rapporto con la platea sembra particolarmente diretto.

«Non esiste una quarta parete. Non ci sono scenografie che proteggono, né luci che nascondono gli spettatori. Vedo i loro occhi e loro vedono i miei. Le reazioni inattese influenzano inevitabilmente lo spettacolo, che cambia ogni sera».

Questa Madre Coraggio sembra quasi una venditrice contemporanea di pensieri oltre che di oggetti.

«Esattamente. È una manipolatrice carismatica. Vende roba, ma soprattutto propone una filosofia di vita. Oggi il suo carro potrebbe essere un furgone Mercedes: è una donna perfettamente inserita nella nostra società, dove tutto si compra e tutto si vende. Anche le idee».

E si ripropone la grandezza dei grandi drammaturghi del Novecento.

«Sono sempre contemporanei proprio perché parlano dell’uomo. Noi abbiamo immaginato una Madre Coraggio del presente, immersa in una società dove il tempo stesso è diventato guerra. Lei sostiene che dobbiamo imparare a trovare piccole zone di pace all’interno di questa tragedia permanente. È un’affermazione terribile, ma costringe a riflettere».

Rimane valida anche oggi quella celebre frase del testo originale secondo cui si è buoni solo finché ci si può permettere di esserlo?

«Certo, ed è proprio questo l’aspetto più inquietante. Molte delle cose che dice Madre Coraggio contengono una parte di verità. Fa bene considerarci persone generose e compassionevoli, ma spesso ci limitiamo a gesti che tranquillizzano la nostra coscienza senza modificare davvero la realtà».

Domanda di prassi per onorare il tema mittelfestiano di questa edizione: qual è la sua paura?

«Riguarda soprattutto mio figlio e la generazione dei nostri ragazzi. Ho la sensazione che loro abbiano meno strumenti dei nostri, sicuramente pochi riferimenti, pochi maestri, e meno profondità».

Lei ha interpretato tante grandi epiche figure femminili. Che tipo di coraggio è richiesto oggi alle donne?

«Non hanno bisogno di esibirlo: lo vivono ogni giorno. Da sempre sostengono la società, spesso senza essere in prima linea o senza ricevere riconoscimenti. Continuano a portare sulle spalle responsabilità enormi, nel lavoro e nella famiglia. Credo che molte donne siano delle vere rocce e abbiano permesso a chi stava loro accanto di costruire la propria vita assumendosi un peso molto più grande».

 

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