L’America nuda e cruda di Trump: a Udine la presentazione del nuovo libro di Giorgio Dell’Arti
Dai Padri pellegrini alla contestata attuale presidenza: l’autore racconterà i dettagli mercoledì 22 luglio alla Biblioteca Joppi

Raccontare la storia americana non è solo possibile ma necessario per capire il presente. Ci ha pensato il giornalista e storico Giorgio Dell’Arti che nel suo libro America nuda e cruda (Garzanti) ne racconta con la scrittura folgorante del miglior cronista e la competenza dello storico, i protagonisti e i comprimari.
Dell’Arti, fondatore del settimanale “Il Venerdì” di Repubblica, collaboratore dei più grandi quotidiani italiani, è autore di numerose opere letterarie, è seguito da più di duecentomila follower su Instagram, Tik Tok, Facebook e Thread con la sua @spremutadigiornali. Il suo libro è in presentazione, mercoledì 22, alle 18 in biblioteca Joppi, a Udine con Filippo Rigonat.

Se lei dovesse racchiudere con una parola il senso della storia degli Stati Uniti quale userebbe?
«Gli americani sono molto suddivisi al loro interno, in termini di religione, fede politica, origine, perché vengono da tutto il mondo: ci sono i cinesi, gli italiani, i tedeschi, che sono la comunità oggi più numerosa. Aggiungiamo che le minoranze non bianche tra poco saranno la maggioranza. Questo ci dice quanto sia complicata la definizione del popolo.
Mentre invece si può tentare con una sola parola di definire la storia degli Stati Uniti che è una storia di avidità. Il termine non va letto solo nella sua accezione negativa ma anche in una accezione positiva: avidità come desiderio di crescere, di arricchirsi, migliorarsi, la forza dell’iniziativa privata e nello stesso tempo il progetto lucrativo messo in piedi con un fine di guadagno e di profitto e anche di progetto politico e morale.
Quando Roosevelt fece una cosa per gli americani inaudita ovvero impiegò il denaro pubblico per risolvere la situazione di crisi, fu uno scandalo per molti americani e per tutta l’opposizione al New Deal rappresentata dalla grande stampa che era tendenzialmente contraria a Roosevelt, cosa che ci sorprende perché è stato lui a salvare gli Stati Uniti da una crisi mostruosa.
Usare i soldi pubblici per salvare il Paese non si era mai visto e questa è la differenza secondo me più forte con l’Europa del Novecento e post 1945. Gli Usa sono frutto dell’iniziativa privata. Ricordiamoci poi che gli americani sono degli europei che si sono trasferiti dall’altra parte dell’Atlantico».
Maggiormente inglesi e poveri…
«Tutta la migrazione iniziale è inglese, scozzese, irlandese, tedesca. All’epoca in cui si formano gli Stati Uniti, fine Settecento, la Germania non esisteva se non in una miriade di piccoli stati tedeschi che campavano alla meno peggio e che spesso erano protagonisti di persecuzioni e quindi c’erano tanti tedeschi che scappavano. Sono sempre i poveracci che affrontano una traversata di quel genere, chi altri sennò. La cosa funzionava così: si riuniva un gruppo di mercanti ricchi, mettevano insieme dei soldi, fondavano una società, si facevano dare una carta reale, un permesso per andare a prendere delle terre dall’altra parte del mare, vendevano anche le azioni a sei sette sterline, armavano delle navi, e poi imbarcavano su questa flotta i morti di fame. Per ogni poveraccio a cui pagavi il biglietto, ti regalavano 50 acri (20 ettari). Se ne imbarcavi dieci, avevi diritto a 500 acri. Quindi questi ricconi intanto si prendevano le terre. Fu fatta una legge che consentiva il rapimento dei bambini. Le strade di Londra erano piene di ragazzini che chiedevano la carità, anche molti italiani. Se li rapivi e li scaraventavi su una di queste navi eri assolto da ogni responsabilità criminale. Dopo quattro minimo, sette massimo anni, il contratto prevedeva che venisse lavorata la terra di cui i mercanti erano proprietari in cambio di vitto e alloggio. Alla fine 50 acri restavano al servo a contratto».
Lei scrive che gli americani sono entrati nella Prima Guerra mondiale perché temevano di perdere i soldi che avevano prestato agli europei.
«Tanti storici credono alla favola degli ideali. Ma io sono abituato a seguire il denaro, e viene fuori che Lenin preso il Palazzo d’Inverno aveva detto devo dare tre miliardi agli Stati Uniti? Non se ne parla proprio, arrivederci e grazie. Primo caso di una perdita secca di soldi. Nel 1917 gli americani dovevano avere da Francia, Inghilterra e Francia tre miliardi. Se perdevamo la guerra gli americani perdevano i soldi.
Veniamo a Trump. Come se lo spiega?
«Quando dico avidità Trump è l’esempio estremo. A lui è stato consegnato un Paese che non produce più niente, il cui pil è determinato quasi esclusivamente dai consumi, in termini di manifattura comprano tutto all’estero. Noi italiani abbiamo un saldo positivo nella bilancia commerciale di 50 miliardi di dollari. Noi vendiamo agli americani molto più di quanto compriamo. Quando Trump si scaglia contro l’Europa che se ne approfitta andrebbe ricordato che loro non producono più niente. Campano sui risparmi del resto del mondo. Il problema di Trump è che ha un debito di 40 mila miliardi di dollari. Per andare a pari ha bisogno ogni anno di 2000 miliardi di dollari, non li può prendere all’interno, quindi li vuole prendere fuori e all’interno delle sue follie, Iran, Groenlandia, Canada, Cuba, tenta, al di là della sua arroganza, di risolvere problemi molto seri in termini di finanza. Con i dazi incassa. Ma non tiene conto dell’economia generale. Perché i dazi fanno aumentare i prezzi e dunque producono l’inflazione che si combatte facendo pagare di più il denaro, cioè con un aumento degli interessi che si devono versare alle banche»
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