Teatro Contatto: l'urto vitale di "Asteroide" al Palamostre

Marco D’Agostin porta a Udine il suo sorprendente one-man show: un viaggio tra paleontologia, musical e ferite personali per celebrare la capacità dell'arte di rinascere dalle macerie

Elisabetta Ceron

Una riflessione che intreccia scienza e sentimento, processi di evoluzione sull’origine della terra e storie di vissuto personale. Così, osservare le proprie ferite, interrogarsi su quale sia stato l’Asteroide che è entrato nella propria vita, e cosa è accaduto dopo, sono alcuni dei quesiti su cui ruota lo spettacolo Asteroide, di Marco D’Agostin, in prima regionale per la Stagione di Teatro Contatto oggi, sabato, al Palamostre, alle 20.30. Autore di creazioni che esplorano la memoria, generando uno scambio vitale tra pubblico e artista, D’Agostin vanta un’intensa attività come danzatore/performer e coreografo. Vincitore di due Premi Ubu e del Premio Riccione speciale per l’innovazione drammaturgica, nel 2022 il suo spettacolo Gli anni riceve il Premio Danza&Danza per l’interpretazione della sua unica protagonista, Marta Ciappina.

Asteroide, prende le mosse dalle scoperte del paleontologo statunitense, Walter Alvarez, sull’estinzione dei dinosauri, sviluppandosi in scena come un sorprendente one man show che racconta «la straordinaria capacità della vita – e dunque dell’arte – di ripresentarsi sempre, in nuove forme, senza soccombere mai. Un omaggio al musical, alle sue travolgenti e paradossali logiche, alle storie d'amore che finiscono improvvise come un asteroide e alla nostra umana, intollerabile finitezza». Una messa in scena che rivendica il diritto alla meraviglia.

D’Agostin, le sue linee di ricerca mixano linguaggi e generi. Come entrano tante informazioni nella scrittura scenica?

«Non ragiono mai nei termini di genere e discipline, poi osservando i miei lavori è chiaro che si può riconoscere che ci sono dei codici linguistici diversi che si intersecano e soprattutto il mio sguardo rispetto al percorso non è progettuale. Dico sempre che sono molto in ascolto delle esigenze specifiche che lo spettacolo a cui sto lavorando mi pone, quando inizio un lavoro nuovo tento di essere fedele o posso tradire un’idea che spesso diventa un’ossessione e l’unica domanda che mi rivolgo è quali sono gli strumenti necessari per essere fedeli o per tradire quell’idea. Comunque sia, lei è un artista riconosciuto nell’ambito della danza di ricerca. Potremmo dire che cerco di essere molto onesto e mi chiedo di volta in volta se il progetto a cui sto lavorando debba per forza diventare uno spettacolo di danza o magari un’altra cosa. E tento di rispondere mettendo in pratica tutti i codici che conosco ma sempre in un rapporto dialettico con il pubblico».

Perché su Asteroide l’operazione è diversa?

«C’è l’adozione di un genere che non deriva dalla mia curiosità per il musical, non sono mai stato un appassionato di questo genere, ma mi interessava molto la sfida concettuale, cioè provare nel teatro contemporaneo il musical per vedere senza snobismo cosa accadeva. In verità si poneva anche un’altra questione, che poi è quello che lo spettacolo cerca di dimostrare in qualche modo, ovvero che il musical nel suo essere così assurdo, enfatico e euforico come genere si propone proprio come una via per la guarigione».

L’Asteroide di cui lei parla è l’irruzione della danza e del canto nella vita quotidiana?

«Questa cosa è legata a un’altra mia condizione progettuale: quando inizio un nuovo processo di lavoro tendo a chiedermi a cosa mi serve la danza e se devo veramente danzare dato che ogni spettacolo risponde in maniera diversa a questo interrogativo. In questo caso la risposta la dà il musical, perché danzare è un modo di trasformare il mondo e di renderlo dorato sovrapponendo lo spazio che si ha intorno a quello immaginario da sogno, quello di Broadway, nel quale tutto diventa possibile».

E sulla collaborazione con il musicista Luca Scapellato?

«Ha fatto quasi tutti i miei spettacoli. È un sofisticato musicista elettronico. La danza contemporanea lo ha obbligato ad abbandonare ogni narcisismo, le richieste dei coreografi sono spesso anti musicali… non basta solo il talento, serve sapersi sacrificare per esigenze drammaturgiche! Qui la sfida è stata quella di provare questo genere. Abbiamo studiato le canzoni del musical, e ci siamo detti che non ci interessava farne la parodia ed essere ironici. Ci siamo dati innanzitutto il compito di renderle più belle possibile, ogni canzone ricorda un’epoca o un codice del musical».

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