Ornano e la comicità colta: «Faccio ridere la gente usando le parole desuete»
Prima tappa in regione per il comico che sarà sul palco del Giovanni da Udine con “(In)grato”: «Rendo divertenti le situazioni con l’interpretazione»

Un attore comico si valuta dal linguaggio: forbito, basico, intraprendente, facciale, gestuale. In mancanza di una graduatoria codificata ognuno fa un po’ come gli pare, d’altronde questo è un sistema italiano diffuso. Mi sento di definire Antonio Ornano un artista “colto”. Nei suoi monologhi si coglie una narrazione che risale dallo studio e non dal caso.
Le parole seguono una struttura precisa. «La ringrazio, ma non credo proprio di essere un intellettuale. Il mio stile nasce dal divertimento di usare parole desuete, valorizzando la potenza e il suono delle stesse per provocare risate».
Il genovese è noto per le sue scorribande a “Only Fan” e, soprattutto, allo “Zelig”. L’occasione udinese live si presenterà a breve: oggi, domenica, alle 21, l’attore sarà sul palco del Giovanni da Udine con “(In)grato”, regia di Alessandro Nidi. Evento organizzato da VignaPR, Fvg Music Live e Good Vibrations.
Lei è divertente anche giù dal palco?
«Diciamo che la battuta non mi viene spontanea, fatto a mio avviso paradossale per un comico. Io non appartengo ai talenti con in tasca la freddura pronta: creo la situazione e poi la rendo divertente con l’interpretazione».
Senza esitazioni affrontiamo subito lo spettacolo in cartellone al Teatrone.
«Diciamo che lo show in questione ha avuto una gestazione complessa perché avrebbe dovuto debuttare lo scorso marzo con un piglio complessivo diverso; il pit stop in ospedale, per monitorare le mie povere arterie, non proprio in splendida forma, ha ribaltato molti punti di vista. Fortunatamente il problema si è palesato in tempo e ne sono uscito in piedi. Ciò ha contribuito a un nuovo regime di vita con conseguente stravolgimento di molte certezze e pure il copione ha subìto circa un trenta per cento di variazioni. La moda del momento “consiglia” di esternare tutto sui social, già, e l’obbligo è quello di apparire al meglio per gli altri, stravolgendo spesso la nostra vera natura».
C’è anche un mercato del dolore, da non sottovalutare.
«Dopo la mia vicenda sanitaria, che si è rivelata uno spartiacque, il titolo inizialmente “Grato” ha assunto infine una valenza profetica. Non sopporto l’ostentazione della gratitudine e, come dice lei, il mercato del dolore dove la narrazione di sé, anche fittizia, conta più della sostanza e la fragilità è esibita per fini di marketing».
Il teatro come rifugio? Le calza questa definizione?
«La condivido pienamente: è un luogo di realtà e di sincerità che mi ha sempre protetto dal male e dalla paura».
Perché non è diventato avvocato con appesa sul muro di casa la laurea in Giurisprudenza?
«Frequentai Legge per accontentare i miei. Non nego che il pezzo di carta, come abitualmente viene definito, mi consentì di trovarmi un lavoro e di godere anche di una certa indipendenza economica al fine di poter frequentare il teatro, che già allora era una ragione esistenziale. E mi ritrovai al solito bivio, luogo che prima o poi incontra gran parte dell’umanità. Mentre stavo meditando sulla direzione da prendere, passò il treno della comicità: e lo presi al volo, nonostante avessi già 36 anni».
Si legge che lei vide il “Malato immaginario” di Molière quando aveva quattordici anni. È corretto?
«Credo a quindici, ma è ininfluente. Mio papà comprò i biglietti di prima fila e in scena c’era Luigi De Filippo, il figlio di Peppino. Per me fu un’autentica epifania, la prosa più adatta per far innamorare del palcoscenico un ragazzino. Babbo fu davvero lungimirante perché in quel teatro, al Politeama genovese, ci studiai anni dopo».
Antonio, parliamo di televisione? Uno dei suoi must è il pezzo su “Temptation Island”: irresistibile.
«Ho molto rispetto per i gusti delle persone, però incrocio spesso là dentro personaggi davvero surreali, che creano un umorismo involontario. Amici miei fanno il gruppo di ascolto per vedere trasmissioni trash, capisce? I legami con “Zelig” mi consentono di ritrovare l’habitat teatrale più congeniale al mio modo d’interpretare l’arte. Se mi permette vorrei aggiungere che la tivù di basso livello non è colpa di un degrado recente: è sempre esistita». —
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