Chalandon, l’universabilità dell’io nella monografia in anteprima al festival Dedica
In un’epoca dominata dall’autofiction le sue storie personali diventano collettive. Appuntamento con lo scrittore francese da sabato a Pordenone

Pubblichiamo in anteprima il testo su Sorj Chalandon che la giornalista e scrittrice Federica Manzon ha scritto per la monografia edita in occasione del festival (in programma da sabato a Pordenone) su gentile concessione di Dedica Festival/Associazione culturale Thesis.
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Leggere Sorj Chalandon è un’esperienza vivificante che rinsalda la fiducia tra chi legge e la letteratura.
Viviamo in un’epoca dominata dall’autofiction, dove pare impossibile scrivere senza ricorrere all’“io”, non solo come soggetto e punto di vista, ma come oggetto della narrazione. Non ci basta più sapere che Madame Bovary e Monsieur Flaubert sono forse la stessa persona, pretendiamo che ci venga detto esplicitamente sulla pagina: lettori e lettrici questa è la mia storia, questo è mio padre e questa è mia madre, quello sono io, il nome del narratore è il mio stesso, guardate in copertina. Altrimenti come si fa credere a ciò che viene raccontato?
«La figura di mio padre si nasconde in agguato in tutti i miei romanzi» ha detto Sorj Chalandon, inducendo così il sospetto che anche lui vada a iscriversi alla lunga lista di scrittori che dicono “io” e si occupano dei propri parenti in maniera più o meno letterariamente riuscita. Ma Chalandon assomiglia molto più a Romain Gary che a Emmanuel Carrère. È un irregolare, con una biografia che mal si adatta ai criteri del gotha letterario francese. Prima di tutto è nato a Tunisi (come Gary era nato a Vilnius), ha lavorato come vignettista per “Libération” grazie al suo talento per il disegno, come giornalista ha coperto i fronti più scomodi: l’Irlanda del Nord, il processo a Klaus Barbie, il massacro libanese di Sabra e Shatila. Questo percorso anticonformista, fuori dall’Accademia e dai salotti letterari, lascia una traccia nella sua scrittura.
Il primo libro che lessi di Chalandon è stato, quasi per caso, La professione del padre, scovato come fosse un intruso nel mirabile catalogo mitteleuropeo dell’editore trentino Keller. Al centro c’è un padre, il suo, violento e folle. Un padre che trascorre le giornate in pigiama predisponendo affascinanti racconti d’eroismo a unico beneficio del figlio e della moglie, perché a nessun altro è consentito entrare in quella casa. Una casa che vive di bugie a cui tutti credono. Il figlio finge di non vedere che i racconti del padre fanno acqua da tutte le parti e anche quando la sua più grande invenzione si scontrerà con la realtà in modo drammatico, sa che non c’è modo migliore per sopravvivere che sostituirsi al padre, costruendo una bugia ancora più grande.
In questo suo libro così personale e intimo, Chalandon ci dice qualcosa che ci tocca da vicino: tutti noi non facciamo altro che aggiustare la realtà con i racconti che facciamo a noi stessi, non è forse così che ce la caviamo con le nostre vite? Il figlio picchiato finge di avere un padre eroe, la moglie impotente finge che tutto vada bene (“sai com’è fatto tuo padre”), ma anche noi, con le nostre vite più tranquille e meno violente, non facciamo forse lo stesso? Fingiamo di non vedere un colletto sporco, il gesto brusco a tavola, ripariamo la realtà con i nostri racconti. Lo facciamo continuamente.
Sorj Chalandon ci restituisce, con ogni libro, quella capacità propria della letteratura di trasformare ciò che è singolare in universale: per questo le sue storie ci riguardano.
Leggiamo di Georges, che tenta con tutte le sue forze di mantenere fede alla parola data a un amico di mettere in scena in sua vece l’Antigone di Anouilh nelle strade di una Beirut in guerra. Leggiamo di Tyrone Meehan che torna a Killybegs aspettando che i suoi ex compagni di lotta nell’IRA vengano ad ammazzarlo perché ha tradito. Leggiamo di Jules Bonneau, soprannominato “la Tigna”, che nella colonia penale di Belle-Île- en-Mer affronta violenze e soprusi covando una furia cieca. E tutte le volte ci troviamo davanti personaggi che esistono sulla carta ma che forse, a ben guardare, potremmo ritrovare anche da qualche parte là fuori, nella vita. Con nomi diversi e qualche dettaglio differente, potrebbero addirittura essere l’autore stesso, ma poco ci importa. Finalmente abbandoniamo l’assillante domanda del nostro tempo: “si tratta di una storia vera?”.
E allora nella pagina esplode quella che è forse la cifra più propria della scrittura di Chalandon. Non la rabbia e nemmeno la violenza, che pur attraversano i suoi libri, ma la compassione: l’inesauribile capacità dell’autore di guardare l’assassino, il violento, il traditore con uno sguardo che, lungi dall’assolvere o dal condannare, lungi da qualsiasi giudizio morale, ci porta vicinissimi al suo cuore umano. Per questo i suoi libri ci lasciano un senso di perturbamento ma anche di pace: come quella vecchia fotografia in un suo libro che immortala un bambino al funerale della madre, mentre si china a raccogliere un fiore.
Ci sembra incredibile, in questi tempi così affollati di narrazioni dell’“io”, incontrare un autore che non nasconde mai la propria biografia, che da quella vita così ricca di dolore e violenza e rabbia e speranza ha tratto la linfa della sua scrittura, e che però sa ogni volta portarci dentro una finzione, mostrandoci che il romanzo non è morto e sa invece ancora trasformare la magmatica materia delle nostre esistenze in qualcosa di più grande, capace di resistere al tempo e di parlarci attraversando i confini.
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