Solardi: io come Angeli contro i poteri forti

Il poeta caro a Magris che vive appartato a Cervignano torna con una silloge e parla delle amarezze del mondo editoriale
Cervignano 22 marzo 2011 POETA Copyraight PFP
Cervignano 22 marzo 2011 POETA Copyraight PFP

CERVIGNANO. Vive appartato a Cervignano, Giuseppe Solardi, poeta defilato e schivo per indole e soprattutto per vocazione, dal momento che, come ci ha raccontato durante un incontro molto amichevole e cordiale (a smentita di una fama di burbero e diffidente!) in un’osteria di piazza Indipendenza nel capoluogo della Bassa, «non ho mai sgomitato, non ho mai fatto niente per entrare nel mondo dell’editoria. Ne mi metto a farlo ora a settantasette anni». Quello dell’industria culturale, aggiunge, «è un mondo dai cui poteri forti mi sento escluso, un mondo protervo, irrispettoso. Dove il buon poeta o il buon scrittore corre il rischio di essere scartato con volgarità, arroganza, con ignoranza». E lei ne sa qualcosa? «A me è capitato di tutto!», confessa, piuttosto divertito. E a questo proposito racconta quanto successo al drammaturgo friulano Siro Angeli che, dopo aver tanto cercato un abboccamento con un grande editore milanese e dopo aver sofferto non poco col suo capoufficio Rai a Roma perché gli concedesse un giorno di permesso, arrivato a Milano si è visto rimandare l’incontro il giorno successivo, salvo poi scoprire, il giorno successivo, che l’editore se ne era andato a Francoforte. Questo ricordo, però, scuote Solardi che si scaglia contro le logiche dominanti nell’editoria «che non sono quelle della poesia, della letteratura, della cultura, bensí quelle del business, del conformismo e del compromesso, governate da una lobby di intellettuali, che erigono monumenti anche a mediocri (col risultato, a esempio che nelle librerie non si trovano piú i classici) e difendono rendite di posizione in un gioco che riduce al silenzio ogni dissidenza. Per cui per inserirsi in questo ginepraio uno deve essere di un cinismo, di una brutalità morale enormi».

Oppure deve starsene riservato, in quella riservatezza che, come ha scritto Claudio Magris a proposito del poetare di Solardi, è «buon segno per la poesia specialmente oggi, in cui è piá necessario irritare che ungere». «Non so se ho irritato, certamente non ho unto», conferma Solardi, convinto che «la poesia debba essere rivoluzionaria, solare e misteriosa insieme, perché la poesia si deve sentirla piú che capirla in profondità». E continua: «La poesia deve fronteggiare il potere, essere rottura e discontinuità con il conformismo del presente, e continuità invece con il passato: un tempio sempre in costruzione, come diceva Hegel della filosofia. Se non fa questo, il poeta è un giullare». E sicuramente giullari non sono stati i suoi maestri, «Dante in primis che leggo continuamente», o i suoi poeti di riferimento: Mario Luzi, Clemente Rebora e Dino Campana... outsider come lui, Solardi, in fondo, che si è visto pubblicare il primo e sinora unico libro, Colloqui con Amleto (Spirali editore) piuttosto tardi, nel 2009, nonostante gli attestati di stima di poeti e critici illustri come Vigorelli, Bo, Oldani, Pampaloni, Cecchi, Bassani, Carlo Levi, Montale, Raboni. E oggi, pronto con una seconda raccolta di composizioni poetiche, deve sperare che la casa editrice Spirali superi le difficoltà finanziarie che ne bloccano l’attività. Quanto al Friuli, «dove sono sempre stato ignorato», Solardi che vi vive ormai stabilmente, lo sente come un luogo familiare, cui va «il mio rispetto affettuoso per il popolo, la terra, le tradizioni e la lingua. Anche se come in passato lo sento stretto. Me ne tornerei subito a Roma, dove ho vissuto a lungo, ma le condizioni sono cambiate, non ci sono piú gli amici, i ritmi della città sono stressanti, però la vivacità e la ricchezza di incontri e conoscenze che mi regalava Roma, quella sí mi manca, anche se ripeto qui vivo bene».

E qui nel tran tran da «minipensionato o sottopensionato», talvolta si concede qualche bizzarria, che tanto bizzarra non è, almeno nelle sue intenzioni, come l’aver fatto dire una messa per Carlo Marx nella parrocchiale di Saciletto: «In fondo anche lui ormai è dimenticato, trascurato, quando non del tutto rinnegato, soprattutto a sinistra, nonostante, e badi che non sono marxista, le sue analisi soprattutto economiche e sociologiche siano di una attualità molto stringente».

Mario Brandolin

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto