“Scomodo”: la voce delle nuove generazioni tra carta, spazi e dialogo intergenerazionale

L’associazione culturale guidata da giovani under 30 conquista Roma e il Nord Italia con un progetto editoriale partecipativo e un impegno per rivitalizzare spazi urbani abbandonati.

 

Fabiana Dallavalle
Cecilia Pellizzari
Cecilia Pellizzari

“Scomodo. La voce delle nuove generazioni. Divari e incontri” è il titolo dell’appuntamento con il Festival La Notte dei lettori, questa sera alle 18.30, in Piazza Libertà a Udine. Protagonista Cecilia Pellizzari, in dialogo con il giornalista Alberto Rochira. Scomodo, associazione culturale, progetto editoriale e osservatorio di ricerca partecipativa è gestito da giovani under30 in costante dialogo con le altre generazioni. Primo grande spazio di Scomodo, sede della redazione, è Roma. Nel 2024 ha ospitato oltre 100mila persone.

«Abbiamo uno spazio a Milano, in zona Corvetto, e siamo in continua espansione con iniziative anche a Empoli e Bari» ci conferma la stessa Cecilia Pellizzari, laureata in filosofia, direttrice editoriale e consigliera del Cda di Scomodo, diventata Srl lo scorso anno.

Con Scomodo create informazione indipendente, spazi di aggregazione, sperimentate nuovi modi di costruire alternative sociali, culturali e politiche. Come è nata l’idea?

«Nel 2016 Scomodo nasce da una crisi delle piazze e dei movimenti studenteschi giovanili come alternativa costruttiva a un modello non particolarmente utile e funzionale. Era un momento di grande discostamento di rete che persiste tutt’ora ed è per questo che ci siamo da nove anni. Forse effettivamente siamo un’alternativa per l’incontro fisico delle persone della nostra generazione. Finanziavamo il giornale (attualmente è 66 edizioni) con le serate negli spazi abbandonati. Le chiamavamo le “Notti Scomode”. In una notte occupavamo lo spazio, lo ripulivamo e facevamo in modo che per una notte avesse un’altra vita mettendo l’accezione politica e l’attenzione sul fatto che gli spazi mancano ma ci sono. La nostra storia di osservatorio territoriale e di comunità attiva segue sempre la stessa postura: abbiamo recentemente mappato 40 luoghi abbandonati di Roma per la Biennale di Venezia, non avendo mai trascurato l'idea che gli spazi fossero fondamentali per incontrarci e per riviverli».

Che rapporto c’è oggi tra le nuove e le vecchie generazioni?

«Vedere due blocchi unici è riduttivo e pericoloso. Non restituisce uno sguardo reale e oggettivo. Bisogna guardare l’intergenerazionalità. I figli di imprenditori non sono uguali ai figli degli operai, non lo sono mai stati. Ci sono rivendicazioni generazionali importanti e comuni legate al momento storico, ad esempio, la poca indipendenza abitativa che noi viviamo, l’isolamento, la salute mentale, ma è fondamentale non fermarci all'età anagrafica per pensare di appartenere a una determinata categoria di persone».

Differenze intersezionali scriveva Michela Murgia…

«Esatto. Ci sono elementi di ricambio generazionale da mettere insieme, condizioni socioculturali ed economiche che caratterizzano. Ma le generazioni sono molto stratificate. Con noi abbiamo quattordicenni in precarietà abitativa e “pischelli” che scrivono per la nostra rivista e sognano di fare il dottorato in filosofia. Persone diverse in una realtà che unisce e contiene le differenze».

Perché una realtà così giovane ha scelto di uscire anche con il giornale di carta?

La scelta del cartaceo la rivendichiamo fin dall’inizio ed è forse una delle poche cose che negli ultimi nove anni non abbiamo mai messo in discussione davvero. In un periodo storico in cui il digitale effettivamente mangia alcune tipologie di informazione, incontrarsi, prendersi la responsabilità che quello che verrà scritto rimarrà sulla carta per un mese è una presa di responsabilità collettiva. Tutti i nostri articoli sono a firma multipla, frutto di processi partecipativi di discussione. Quello che scrivi è dunque condiviso con altri e messo su carta. E poi la carta ci dà la possibilità di incontrarci fisicamente, è un prodotto tangibile della creazione che spinge le persone ad assumersi una responsabilità».

Quanti siete in tutto?

«Oggi Scomodo è un lavoro per 71 persone. Età media 27 anni. 91% laureati. Nonostante l’età oltre il 50% di noi è attivo nel progetto da più di 4 anni. Il nostro team è diviso in 9 unità di lavoro e supportato da un advisory board ad alto profilo. Abbiamo un patto di comunità: le persone che sono nel direttivo devono lasciare il progetto prima del compimento dei 30 anni a persone che ne hanno meno. Un progetto generazionale non può essere fatto da quarantenni, bisogna prendersi la responsabilità che ci sia un ricambio generazionale. Deve esserci un passaggio di testimone». 

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