Sandrelli porta a teatro il sesso nelle coppie mature. «Siamo moralisti, ma poi ci si scatena»

L’attrice in tour in Friuli Venezia Giulia con lo spettacolo Vicini di casa

Amanda Sandrelli in scena con Vicini di casa insieme a Gigio Alberti
Amanda Sandrelli in scena con Vicini di casa insieme a Gigio Alberti

Avete fatto caso che dalla Spagna importiamo svariate tonnellate di fiction, format e show? Eravamo noi, negli anni ruggenti, a esportare ovunque idee — ricordate la Carrà? — ora, invece, ci ritroviamo con un magazzino vuoto. Se poi, la sartoria nazional popolare impreziosisce l’acquisto cucendolo su misura sul nostro brand tricolore, be’, cambia la musica. Restando nella prosa, “Vicini di casa” di Cesc Gay con Amanda Sandrelli, Gigio Alberti, Alessandra Acciai e Alberto Giusta — regia di Antonio Zavattieri — al suo terzo anno di vita sui palcoscenici della penisola, sintomo evidente di grande vitalità scenica e di molti applausi raccolti.

L’Ert ha organizzato un tour regionale di sei date, a cominciare da martedì 24 a Gemona; seguiranno il 25 a Cordenons e il 26 a Tavagnacco, il 27 a Spilimbergo e il 28 a Premariacco e il 1° marzo a Muggia.

Amanda, le piace la vita d’attrice errante?

«Dalla strada al palco, questo è il tragitto. Maciniamo chilometri e cerchiamo buoni ristoranti come i camionisti. Viaggiamo insieme, siamo una piccola comunità e scacciamo la noia della traversata autostradale con una chiacchiera tra amici. In più: lo spettacolo piace, noi ogni sera ci mettiamo la freschezza ed eventuali migliorie, il teatro si è ripreso e la gente ha bisogno di calore: cos’altro chiedere?».

Entriamo in questa casa diciamo esuberante?

«Dal punto di vista comico, devo dire, il testo è una macchina da guerra, uno scritto contemporaneo che usa il pretesto del sesso per parlare di rapporti, di intimità e di dinamiche di coppia. La storia gira attorno a un lui e una lei piuttosto stanchi — io e Gigio Alberti per dare un volto ai due — la cui routine è sconvolta dall’arrivo di vicini sessualmente vivaci. È già una tematica, lo si scopre facilmente: lo sfinimento di un amore di lunga data. Il sesso è comunque un modo fondamentale per ritrovarsi al di là dei problemi quotidiani».

Quindi avviene una specie di scontro fra i longevi e gli entusiasti?

«Certo, e l’evidenza è che una relazione matura richiede un impegno maggiore per non restare a corto di carburante. L’amore, da solo, non sempre basta».

Capta le reazioni del pubblico?

«Intercetto del divertimento, qualcuno aggiunge che ci rifletterà sopra».

Possiamo dire che c’è un’ipocrisia tutta italiana quando si parla di sesso?

«Ci sono cose che non si possono dire per non turbare la sensibilità di qualcuno. Noi siamo un popolo particolare: la moralità è dominante, ma sotto sotto ci si scatena. Avviene così, no? Sordi ci fece un film. Nessuno si è mai alzato scandalizzato da “Vicini di casa”. Talvolta incrociamo la signora che sottolinea il tono esplicito della discussione, però non volgare, ecco. Sono sicura che la leggerezza vinca a teatro e non soltanto lì. Durante il Covid ci è stato vietato di comunicare a tu per tu, abbiamo imparato a soffrire da soli per un virus sconosciuto del quale ben poco sapevamo e, adesso, evitiamo di contemplare la pesantezza, soprattutto in forma di commedia. Piango volentieri davanti a uno spettacolo, ma deve essere un pianto delicato».

Qual è il suo paradigma teatrale ottimale?

«Un testo che contempli un buon equilibrio fra la profondità, che mi permetta di buttare in platea qualche semino da raccogliere, perché il pensiero è fondamentale, e la levità della storia».

Sua mamma Stefania viene a vederla?

«Quando può e soprattutto quando è in zona si siede in platea, certo».

Alla fine dello spettacolo l’ha mai criticata?

«No, mai. Come mio padre Gino, del resto. Entrambi hanno sempre fatto due passi indietro. Trovo che le valutazioni e i sensi di colpa siano le invenzioni peggiori dell’umanità. Pure io con i miei figli faccio due passi indietro, ma offro la vicinanza, con discrezione».

Il suo debutto è coinciso con uno dei film più amati della storia del cinema: “Non ci resta che piangere”.

«È stato un esordio casuale, in bilico fra il magnifico e il sublime. Giravamo senza un copione: le scene venivano create giorno dopo giorno da Troisi e Benigni. Il tormentone “provare, provare, provare, provare”, nacque da un’idea di Roberto. E che dire di certe scene ripetute venti volte? Tutti ridevano, era impossibile andare avanti. Uno spasso». —

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