Muzzarelli: «Quel sogno dell’Oriente come luogo di bellezza»
La docente dell’Università di Bologna sarà protagonista domenica alle 11 delle Lezioni di Storia al Teatro Nuovo Giovanni da Udine

Maria Giuseppina Muzzarelli è la protagonista domenica alle 11, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, delle Lezioni di Storia – Oriente e Occidente nate dalla collaborazione tra gli editori Laterza e la Fondazione del Teatro Nuovo Giovanni da Udine con il sostegno di Confindustria Udine e la Media partnership del Messaggero Veneto.
Muzzarelli è docente di Storia medievale, Storia della città e Storia del patrimonio culturale della moda all’Università di Bologna. Suo il compito di condurre la platea in un viaggio tra la seta e le perle dei racconti di Marco Polo e il modo di vestire “all’Orientale”, uno stile destinato a un crescente successo, nei secoli a seguire, anche grazie all’haute couture nata a metà Ottocento e fino alle recenti proposte di Dolce e Gabbana o di Prada.
Possiamo dire che lei è di casa nel nostro teatro? Ci anticipa qualcosa del suo intervento: Il sogno d’Oriente nella moda, da Marco Polo a Prada?
«Diciamo che Udine è un posto dove si torna molto volentieri. L’idea è parlare di Oriente del lungo periodo utilizzando il filo costituito dagli oggetti della moda che possiamo credere essere cose futili e di poco momento, invece sono molto importanti, non soltanto per l’alto valore anche economico dell’oggi ma soprattutto dal punto di vista comunicativo, simbolico. Seguiremo l’influenza e l’interpretazione dell’Oriente nella moda da Marco Polo fino a Prada. Significa dal punto di vista cronologico, tra il Duecento e l’inizio del Trecento ed è la prima occasione per entrare in contatto attraverso la sua testimonianza con un Oriente visto davvero. Pensate che Polo muove da Venezia, Udine è sempre stata tra l’altro in forte relazione con Venezia, ed è stato lontano più di vent’anni. Quando torna è quasi irriconoscibile. Tutti sono curiosi di sapere cosa ha visto, sarà veramente lui? Si presenta vestito in una maniera particolare, come i Tartari, carico di sete e di oggetti che poi costituiranno da lì in avanti il cuore dell’immaginario dell’Oriente con le stoffe lucide e croccanti, oro e perle. Con Il Milione c’è la prima testimonianza scritta di come fosse l’Oriente. Pare che Cristoforo Colombo sia partito proprio persuaso da alcune indicazioni contenute nel libro. A quel punto, siamo ormai nel Trecento. L’idea dell’Oriente si fissa sempre di più come un luogo di sogno, di occasione, conoscenza, arricchimento. Fino ai giorni nostri ci sarà sempre un sistema binario: l’Oriente come “altrove” nel quale si vive in modo diverso e piacevole ma si ha anche paura del vero Oriente, fino al tempo degli Ottomani e successivamente».
Com’è stato vissuto l’Orientalismo?
«Il sogno dell’Oriente nell’arte è molto ben rappresentato. Penso a Giovanni Bellini (Predica di San Marco in Alessandria), mette insieme sogno e realtà. Costumi veri perché molti degli abiti in primo piano sono davvero costumi all’orientale messi insieme con l’abito senza tempo di San Marco. Una piazza che sembra un po’ Venezia, un po’ Alessandria d’Egitto e poi sullo sfondo un cammello che c’è anche in Gianbattista Tiepolo (voi siete la città del Tiepolo). Quando si cita o si vuole rendere omaggio all’orientalismo ci sono anche in Tiepolo alcuni elementi cardine: il cammello che troviamo soprattutto in “Rachele che nasconde gli idoli” ( al Palazzo Patriarcale di Udine), la protagonista è seduta su una sella di cammello, sullo sfondo ci sono i profili di due animali che danno l’idea di questo mondo lontano. Altro elemento che troviamo nel Bellini e poi a Udine è il turbante. Soprattutto questo copricapo con l’idea delle sete lucide e sontuose sono due dei punti che hanno utilizzato nel corso del tempo tutti coloro che volevano evocare l’Oriente più immaginato che reale. Prima di Tiepolo si è avuta un’altra fase importante, alla fine del Cinquecento, con la prima compilazione di un’Enciclopedia degli abiti di tutte le parti del mondo dove si parlava di civiltà, cultura, prodotti. L’ha fatta Cesare Vecellio, cugino di Tiziano. Torniamo sempre nell’area di Venezia. In questa meravigliosa opera in cui ci sono centinaia di modelli, la cosa bella è che troviamo il disegno dell’abito nei diversi paesi e anche il racconto. Un intero mondo descritto attraverso l’apparire, il vestire come se fosse una chiave di lettura. Lì si trovano le persone vestite all’Orientale come le aveva dipinte Bellini, come poi diventeranno un must, un elemento ricorrente e quindi il turbante, abiti apparentemente morbidi e comodi. Il sogno è infatti luogo della mollezza, con le odalische in cui si immagina un tempo lento. Mentre nell’epoca di Tiepolo ci sono i corsetti mozzafiato, con una moda che sacrifica e costringe e intanto si sogna qualcosa d’altro».
Trova che l’haute couture con gli abiti splendidamente ricamati a mano con perle e jais risenta e si richiami ancora all’influenza dell’Oriente opulento?
«Sì certo! Mostrerò delle immagini. Anche Prada soltanto un anno o due fa. Uno dei primi è stato Romeo Gigli che si è riferito a Bisanzio. Pensate che Dolce e Gabbana hanno ripreso i mosaici di Ravenna attraverso abiti nei quali con straordinaria abilità artigianale sono rappresentati. C’è anche Marras che ha portato in passerella e lo mostrerò una sorta di incredibile serie di turbanti. La moda ha cuciti assieme nei secoli sogno e immaginazione, suggestioni, suggerimenti che i nostri tessitori e artigiani hanno poi ripreso. Infine, Mariano Fortuny con il Delphos che si ricollega a Venezia e all’Oriente. Un abito di una bellezza assoluta che indosseremo tutte volentieri».
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