Ribaltata la Giornata del Rifugiato al Balducci: «Muri vergogna delle nazioni, impariamo dal Sahara»
Incontro straordinario a Zugliano con il nomade saharawi Said Zarrouk, lo scrittore Luigi Nacci e il reporter Paolo Rumiz. Il racconto della fine della libertà carovaniera: «Oggi solo droni e soldati. Abbiamo seppellito la nostra anima nomade per far vincere la stanzialità di Caino»

Nella giornata mondiale del rifugiato, il Centro Ernesto Balducci di Zugliano ha scelto di dare voce alla testimonianza di un giovane saharawi per porre l’attenzione sul nomadismo e sui cammini solidali tra i margini. Il Centro di accoglienza e di promozione culturale ha ospitato un incontro tra Said Zarrouk, nomade saharawi dal Marocco, Luigi Nacci, scrittore e poeta, autore di diversi libri dedicati alla “viandanza”, e Marina Pissarello, appassionata di sufismo: tre guide della Compagnia dei Cammini.
Eppure, fin da subito, Luigi Nacci ha capovolto la prospettiva: «Non siamo noi ad accogliere Said. È lui che accoglie noi, come nella tradizione di Abramo, che sta fuori dalla tenda. Chiunque arriva è ospite sacro e questa sacralità è il fondamento del mondo. È Said che ci aspetta fuori dalla tenda e che ci accoglie già con la sua postura, con il suo saluto».
Said è un “saggio giovane”, portatore della saggezza dell’ospitalità. Nel Sahara è nato – negli anni Settanta – ed è cresciuto. Ma la sua vita è segnata da un prima e da un dopo: «Prima che le frontiere venissero chiuse, mi sono mosso liberamente nel Sahara marocchino, algerino e mauritano. Non c’erano distinzioni. Eravamo apolidi. Poi, nel ’75, ci è stata attribuita la cittadinanza, stabilita semplicemente in base al luogo in cui ci trovavamo in quel momento. Ma il nostro clan, che comprende una ventina di famiglie, è sparso in diversi paesi». Così Said, nato nel Sahara algerino da una famiglia nomade di carovanieri, perde lo status di apolide e si insedia nel villaggio di M'hamid El Ghizlane, nella valle dell’Uadi Draa, nel sud del Marocco. Non smette però di far camminare le sue tradizioni attraverso progetti culturali e di salvaguardia dei diritti delle tribù nomadi.
Luigi Nacci ricorda che il nomadismo, in fondo, ci riguarda: «È un aspetto che sta nell’ombra, dentro di noi. Abbiamo seppellito la nostra parte nomade perché ha vinto la stanzialità. Caino ha vinto su Abele, l’agricoltore ha ucciso il pastore. Mettendoci in cammino, possiamo riscoprire la parte nomade che è in noi. Nel deserto, tutti i nodi vengono alla luce, nel bene e nel male. Il deserto mette a nudo l’essenzialità. Said è una sveglia. Risveglia la nostra parte nomade».
La saggezza di Said sta nel suo vissuto. E la differenza tra il prima e il dopo può emblematicamente racchiudersi in una porta: «Eravamo in dieci, tra fratelli e sorelle, cresciuti nella semplicità di una tenda di otto metri per quattro. La tenda non ha porte, è sempre aperta. Adesso, la porta si chiude a chiave». Said ci conduce idealmente dentro quella tenda, dentro il suo mondo. Racconta com’era difficile procurarsi l’acqua con pozzi distanti un centinaio di chilometri, narra l’epica giornata più calda, quando era un solitario pastore di dromedari nel Sahara o la camminata di quattro giorni per vedere la prima televisione. Parla di sogni Said, di tende solidali e di ospitalità che è “volere il bene dell’altro”: chi accoglie nella propria tenda una persona che ha attraversato il Sahara, non offre subito da bere e, facendo ciò, fa il bene. La saggezza sta nel dare il tempo all’ospite di acclimatarsi.
«Dal racconto di Said emerge un Sahara popolato di carovane e di incontri – osserva Nacci – non vuoto, ma pieno. Va detto, i saharawi non usano la parola “deserto”, sinonimo di vuoto, ma solo “Sahara”. Noi tendiamo a banalizzare ciò che, in realtà, è un ecosistema complesso. Oggi il Sahara è meno popolato e più controllato. Oggi le barriere impediscono i passaggi. Non ci sono carovane, ma soldati, droni, migranti. E intanto, il cambiamento climatico crea ulteriori desertificazioni, rendendo più difficile la vita dei saharawi, che hanno perso la libertà di movimento, senso stesso della loro esistenza».
Said spiega chi sono i saharawi: «Sono tutte le genti che vivono nel Sahara, di etnie e lingue diverse. Genti che vivono il nomadismo, accomunate da modi di vita e tradizioni simili». A unirli è anche un singolare senso dell’orientamento. Lo scrittore Paolo Rumiz, presente all’incontro a Zugliano, ripercorrendo le parole di Said, pone l’attenzione sulla «sua capacità di ricordare ogni pietra e ogni cespuglio, anche quello su cui ha fatto pipì». Forse grazie a questa memoria del dettaglio è riuscito anche a orientarsi quando si era perso per Milano, senza cellulare. Un ricordo condiviso con l’amica Marina Pissarello. La storia di Said diventa allora forse senso di orientamento per noi, in un mondo in cui non ci sono tende aperte, ma porte chiuse e muri. «I muri sono una vergogna – dice senza mezzi termini Rumiz –. Sono il frutto maledetto dell’idea di nazione. Un popolo non deve avere un territorio delimitato. Il Sahara era un mondo senza frontiere, di genti diverse e libere. Anche l’Europa, non dimentichiamolo, era un patchwork di popoli diversi».
Rumiz riflette anche sulla risata di Said, suscitata dal fatto che gli europei si spoglino per il caldo, quando invece bisognerebbe vestirsi di più. In effetti, in molti momenti dell’incontro che si è tenuto al Centro Balducci, le certezze, le prospettive, le vedute “nostre” sono state rovesciate, ribaltate. A questo dovrebbe servire mettersi in ascolto dell’altro. E questo in fondo ha raccontato Said, quando ricordava che, alla fine di un lungo viaggio, «si lasciavano gli abiti sporchi per indossare quelli puliti. Così si entrava nella tenda. Si prendeva ospitalità in una tenda, ma le altre famiglie delle tende vicine accorrevano per partecipare all’accoglienza e per ascoltare l’ospite, che era portatore di notizie e della sua storia».
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