Quelle piccole bugie nei volti deformati di Giordano Floreancig

In mostra a Lubiana una ventina di tele dell’artista friulano che dissacra il figurativo ma anche l’astratto

Fabio Turchini
Una delle tele di Giordano Floreancig in mostra a Lubiana
Una delle tele di Giordano Floreancig in mostra a Lubiana

La pittura di Giordano Floreancig non cerca la quiete della contemplazione, introduce nello sguardo qualcosa di scabroso, una domanda che permane senza facile soluzione. La sterminata galleria dei suoi volti - centinaia e centinaia, nella reiterazione quasi ossessiva di una ricerca che sembra non conoscere esaurimento -, costituisce un singolare repertorio dell’umano contemporaneo. Fisionomie deformate, esplose, scomposte dalla materia cromatica, sottratte a ogni convenzione di armonia. In questa continua metamorfosi Giordano Floreancig dissacra tanto il figurativo quanto l’astratto, rifiutando ogni appartenenza rassicurante. Il volto resta riconoscibile, addirittura nominabile e, nello stesso istante, sembra sul punto di disfarsi; la figura si afferma mentre la materia, esondando, la trasfigura.

È una pittura espressionista nel senso più autentico del termine: pare rappresentare il dolore, in realtà lo rende fisicamente percepibile sulla superficie della tela. La pennellata, libera, anticonvenzionale, incide con la forza di un gesto rivoluzionario. Vi affiorano l’avvilimento della diversità, il disgusto dell’ipocrisia, lo sfinimento dell’omologazione e, come un controcanto ostinato, l’aspirazione alla libertà.

I suoi volti sembrano provenire da una regione liminare dell’umano. Ci guardano con una spigliatezza eversiva, talvolta irridendo, talvolta implorando, talvolta giocando. Hanno qualcosa dell’urlo e qualcosa della domanda.

È significativo, dunque, che il suo più recente approdo internazionale sia affidato a un titolo come Piccole bugie. Dal 17 settembre all’8 ottobre, la Galleria Mulec di Lubiana presenta una ventina di opere inedite, tutte dedicate a volti immaginari e realizzate a olio. Dopo Vienna e Praga, il percorso dell’artista friulano raggiunge la capitale slovena e porta nel cuore della Mitteleuropa una ricerca maturata in Friuli, ma tutt’altro che provinciale per energia e linguaggio.

Le “piccole bugie” sono soprattutto le finzioni minime con cui costruiamo e proteggiamo la nostra identità: maschere quotidiane, accomodamenti, reticenze, fragilità. Floreancig le sottrae alla parola. Le riconsegna alla materia viva: il volto immaginario diventa così più rivelatore di un ritratto realistico.

La scelta dell’olio accentua questa dimensione tattile e psicologica. La superficie si stende come una zona di attrito dove il colore sembra contendere alla forma il diritto di esistere. È precisamente qui che la pittura si anima. La curatela di Tilen Zbona, critico e artista originario di Capodistria, individua nel labile confine fra realtà e finzione una delle chiavi della mostra, valorizzando la forza psicologica e la densità cromatica di queste opere.

Ma il vero confine che Floreancig mette in discussione è quello fra il quadro e chi lo guarda. Lo spettatore, inizialmente protetto da una staccata contemplazione, scopre che la distanza è illusoria. Quelle facce non appartengono soltanto a un’umanità altra: ci riguardano. Sono il volto di ciò che preferiremmo non riconoscere, della parte di noi che l’abitudine sociale e le convenienze hanno imparato a tacitare. L’esperienza estetica, a riguardo, può diventare vero disvelamento attraverso una fenditura nell’ordinario che la pittura lascia affiorare mettendo a nudo ciò che normalmente nascondiamo. La tela diventa allora uno spazio di possibile conversione dello sguardo.

Dopo Vienna e Praga, Lubiana non è dunque soltanto una nuova tappa espositiva, ma il luogo nel quale una ricerca friulana trova una naturale consonanza mitteleuropea. Piccole bugie conferma la maturità di un artista che ha fatto del volto un campo di tensione fra apparenza e verità. Giordano Floreancig dipinge maschere per incrinarle, volti per oltrepassarli, colori per dare forma a ciò che le parole spesso nascondono. E quando la pittura riesce a farci sospettare che quella piccola bugia, alla fine, sia anche la nostra, allora il quadro ha già smesso di essere soltanto un quadro.

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